COMUNICATO DI DAVIDE DELOGU

E’ un peccato non riuscire a leggere i vostri comunicati. Purtroppo, non potendo scrivere un contributo per la lotta, a causa  del muro della censura che blocca, faccio uscire in questi pochi minuti le mie gioiose parole di complicità e tenacia tra noi prigionieri in lotta. Ritengo, infatti, importante la coesione come fattore di crescita della componente rivoluzionaria contro l’attacco del sistema penitenziario nella sua logica di seppellire, controllare e vessare Una logica che porta avanti con metodi vessatori totalitari e attraverso una politica infame di aggressione con diverse forze autoritarie che agiscono come corpo unico per colpire più forte e per cercare di distruggerci. Contro l’annullamento dell’umano e dei miei principi con la tipologia dell’isolamento nell’isolamento con il 14bis in cui mi trovo, la mia risposta è “guerra”. Io considero che se toccano a uno di noi toccano tutti e ritengo che il muto appoggio e la solidarietà combattiva, come sta avvenendo in questa battaglia, possa rafforzare anche noi come corpo che si unisce quando bisogna mettere a compimento l’attacco e contro-attacco al nemico che vorrebbe annientarci. Da parte mia, nonostante tutto, è la conflittualità quotidiana che faccio esplodere contro le continue vessazioni e tutto ciò che esiste. Quindi nessuna pace. Oltre questo, continuo con il rifiuto di recarmi nel merdoso passeggio, lotta che dura già da mesi contro l’isolamento. Inizio lo sciopero del vitto dal 26 Ottobre, sciopero che lego allo sciopero del vitto dei compagni dell’As2 di Terni che hanno dato vita a questo percorso solidale di cui ne vado fiero, insieme a tutti gli altri compagni che partecipano nelle altre galere. Il mio sciopero dell’aria è illimitato mentre quello del vitto proseguirà oltre il 1 Novembre, che in 14bis è come se fosse un mezzo sciopero della fame, per esprimere il mio appoggio solidale allo sciopero della fame di Natascia contro la censura. Unisco i miei scontri contro l’isolamento in questo contesto di scioperi per esprimere quindi anche il mio appoggio solidale a Natascia. Il mio sciopero del vitto proseguirà oltre il 1 Novembre fino a quando Natascia non terminerà il suo sciopero della fame contro la censura.
Un abbraccio carico di forza di combattere a tutti i compagni e compagne che dentro stanno andando contro la brutalizzazione del sistema sbarrocratico fino ai suoi accanimenti prepotenti e con l’auspicio che anche fuori si pratichi la rabbia che esplode nella solidarietà diretta più libera di agire.

Presoneri anarchicu Davide Delogu

 

BERGAMO: OCCUPATO TETTO SITO DI IMPIANTO 5G

Qui il volantino che è stato diffuso durante l’iniziativa:

FERMIAMO LA RETE 5G E LA SMART CITY

In questi mesi le parole che abbiamo sentito sicuramente più spesso sono “benessere della salute” e “stato di emergenza”.

In questo contesto rinnovato e rinforzato a colpi di DPCM il benessere della salute coincide e anzi è imprescindibile dall’instaurazione di uno stato di emergenza che sta permettendo di fare di tutto. Questo regime tecno-sanitario oltre a distruggere nell’immediato ogni forma di libertà si impegna a mortificare anche il futuro delle prossime generazioni, considerato quello che sta avvenendo nelle scuole – e non solo – contro i bambini, non nascondendo più le proprie intenzioni e apprestandosi a modificare il mondo in modo irreversibile.

Ma se siamo sotto dittatura sanitaria dove sono le truppe? Si diranno in molti…

Questo regime tecno-sanitario viene da più lontano che dai fantocci presenti a Roma e opera attraverso tecnici e specialisti che non sono meri consulenti, basta pensare alla Task Force guidata da Colao, uomo di Verizon e della finanza internazionale. Oggi l’obbedienza si ottiene attraverso il controllo sanitario, con dati manipolati e creati ad hoc, gestiti dalle compagnie del digitale.

Un persistente attacco alla dimensione emozionale terrorizzando, confondendo, creando speranze. Costringere le persone a stare in un perenne stato di ansia, ma soprattutto di paura – e di paura ne serve molta per i loro piani – perché la paura soffocata dentro le mascherine impedisce la creazione di pensieri, soprattutto la creazione di una critica e quindi di una reazione verso quello che ci stanno facendo ormai da mesi e possiamo essere certi che non si fermeranno se non saranno costretti a farlo. Una forma di controllo per arrivare a digitalizzare tutto: fuori e dentro di noi.

Questo nuovo mondo che con grande velocità stanno allestendo, per funzionare ha bisogno oltre che della nostra sottomissione anche di una nuova rete di telefonia mobile: la 5G.

La rete 5G non rappresenta solo un superamento delle precedenti 2G, 3G, 4G, ma sarà la rete che permetterà “l’internet delle cose”: un mondo di oggetti comunicanti non solo con maggiore velocità, ma soprattutto in simultanea. Una connessione continua che declasserà ad oggetti connessi anche noi, i nostri corpi e quelli degli altri animali, continuamente sollecitati da centinaia, che presto saranno migliaia, di antenne sprigionanti onde millimetriche in grado di far di modificare il funzionamento e il metabolismo cellulare e di creare danni irreversibili alla salute come disfunzioni, tumori e infertilità.

Una totale e continua irradiazione elettromagnetica a cui nessuna persona, nessun animale, nessuna pianta potrà sottrarsi, a livelli di radiazione che sono centinaia di volte più grandi di quelli esistenti oggi.

Ancora una volta in nome di un’emergenza, questa volta una “pandemia”, in passato il “terrorismo islamico”, viene imposto un cambiamento radicale alle nostre vite, ma il cambiamento che si sta concretizzando e che a volte facciamo fatica a comprendere nella sua totalità, è un cambiamento antropologico dell’essere umano.

Vogliono un mondo di automi mascherati perchè l’uniformità dell’obbedienza sia subito evidente, un mondo di alienati e anestetizzati davanti agli smartphone in attesa di leggere l’ultimo bollettino giornaliero o di sapere se nella notte è stato sfornato un nuovo DPCM. La mascherina è ben rappresentativa di un nuovo modello antropologico neutro in cui scompaiono i tratti del volto e le espressioni, per una società in cui bambine e bambini si abitueranno al distanziamento sociale, in cui verranno minate le basi dell’empatia, della relazione, della solidarietà, del dissenso, della difesa dei nostri corpi e della resistenza. E tutto questo entrerà a far parte della normalità, per un mondo a misura di pandemia in una narcosi collettiva.

Nel periodo di arresti domiciliari a cui siamo stati sottoposti, il progetto di digitalizzazione ha funzionato a gonfie vele. Le compagnie di telefonia mobile, sapendo bene che i ripetitori e il taglio di alberi per facilitare la diffusione del segnale non sono graditi, hanno riempito di impianti le città deserte. Qui a Bergamo proprio in quei giorni ne sono state messe a dimora almeno dodici e altre nove sono in fase di installazione, cosa stavano allora sperimentando a Oltressenda Alta e a Bianzano e negli altri piccoli comuni in tutta Italia? Spostavano l’attenzione da tutti quei progetti – già in corso – per disseminare Smart City ovunque? Città intelligenti per persone atomizzate? A Bergamo, gran parte delle autorizzazioni risalgono al 2019 e poche al 2020, questo però non ha tolto all’attuale sindaco di Bergamo del partito digital-democratico la sfacciataggine di dichiarare in un’intervista che a Bergamo non c’erano antenne 5G e che quindi potevamo stare tranquilli… forse perché sapeva che invece dobbiamo preoccuparci?
Sappiamo ormai da anni che l’elettromagnetismo è un grave pericolo per la salute e molti dei centomila (e più) morti all’anno per tumore in Italia – emergenza mai dichiarata sono dovuti alle onde elettromagnetiche e al mondo avvelenato in cui ci tocca vivere. Ma il principale motivo per cui è fondamentale opporci alla nuova rete 5G e ai loro stati di emergenza sono il mondo che questi permetteranno di sviluppare con esseri umani ridotti ad automi in totale dipendenza dal digitale e ingegnerizzati geneticamente con i nuovi vaccini a RNA, un mondo transumanista dove l’essere umano, per come lo conosciamo, con i suoi limiti e incertezze, sarà concepito come l’errore.

Facciamo che la paura passi di campo, questo programma non arretrerà con le buone intenzioni, le grandissime manifestazioni di Parigi, Berlino, Madrid, Londra hanno già dimostrato che non tutti hanno intenzione di accettare questa situazione senza lottare.

UNA SITUAZIONE MAI VISTA NECESSITA DI UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA, PER CONTRASTARE UNA GUERRA CHE HANNO DICHIARATO ALL’ESSERE UMANO, PIU’ CHE AD UN VIRUS. RESTARE UMANI SIGNIFICA RESISTERE.

Cosa stiamo aspettando? Se non ora, quando?

Bergamo, ottobre 2020

Spazio di documentazione “La Piralide”
www.lapiralide.noblogs.org – avvelenate@anche.no

Resistenze al nanomondo
www.resistenzealnanomondo.org – info@resistenzealnanomondo.org

fonte:

https://lapiralide.noblogs.org/post/2020/10/28/bergamo-occupato-tetto-sito-di-impianto-5g/?fbclid=IwAR3HrThUKmPqX-95gknxIvCFqehF-LYNP7xwVrM0BPHnP2KejXAHeYFOdZQ

 

Contributo da Spoleto – STATO DI RIANIMAZIONE

Continua ad avvitarsi la crisi generale – sanitaria, economica, istituzionale. La rivolta di Napoli, gli ospedali chiusi, il rinnovo dei contratti di logistica e metalmeccanici, le carceri. Siamo appena all’inizio. E comincia a sentirsi il puzzo dello spettro del semi-lockdown, che sarà peggio del primo.

Perché mezzo lockdown è peggio di uno

I giornali lo danno ormai per certo: massimo 7-10 giorni. Va notato che ogni previsione, nelle ultime settimane, è stata “rivista” in anticipo dai fatti. Ma cosa sarà il semi-lockdown? Sarà sempre la vecchia quarantena di massa, come la primavera scorsa, con la differenza che si continuerà ad andare a lavorare.

In questa distopia permanente, la realtà continua a superare la fantasia più perversa degli autori di fantascienza: non solo un virus che riduce l’umanità agli arresti domiciliari, ora andiamo incontro a una società nella quale si esce dalla propria cella domestica solo per andare a farsi sfruttare. Come scritto nell’ultimo numero di “Vetriolo”, appena uscito, «le energie degli sfruttati in questa nostra epoca vengono congelate, in molti sensi, per poi venire scongelate solo nel momento della produzione» (Cf. “Vetriolo”, n. 5, Stato di pandemia). Un capitalismo post-consumista, nel quale non c’è il vecchio produci-consuma-crepa, ridotto ormai al processo binario: produci-crepa. Le donne e gli uomini in carne e ossa, in questo sistema, servono solo se possono lavorare.

Gli sfruttati, si lasceranno chiudere in freezer?

Disuguaglianze programmate

I media di regime starnazzano che il Coronavirus e le politiche per affrontarlo stanno accentuando ulteriormente le disuguaglianze sociali. Messa così sembra una dinamica oggettiva; la politica, al massimo, pare colpevole di non riuscire a intervenire con efficacia. Ma le cose stanno davvero così? La verità è che le disuguaglianze sono necessarie per il capitalismo e lo Stato, semmai, interviene per accentuarle.

C’è stato un gran clamore negli ambienti complottisti per il segreto di Stato, apposto dal Presidente del Consiglio dei ministri, sui documenti del comitato tecnico scientifico (cts). Peccato che, una volta desecretati, poche settimane fa, nessuno si sia poi interessato del contenuto di questi documenti del massimo organo tecnico sulla pandemia di Covid-19. È infatti emerso, ma nessuno ne ha parlato, che il comitato tecnico scientifico non ha mai chiesto il lockdown nazionale! Il comitato dei capoccioni voleva che venisse chiusa solo la Lombardia e 17 province del nord-est! A chiedere la chiusura nazionale è stata – udite udite – la Confindustria – gli stessi che non avevano voluto chiudere poche settimane prima Bergamo e Brescia – supportata dai ricatti del partito di Matteo Renzi.

Perché? Ma perché i padroni hanno bisogno delle disuguaglianze! Se il Nord si fosse chiuso, il Sud avrebbe recuperato lo svantaggio secolare. Questo non doveva accadere. Quindi, prima, quando si era ancora in tempo, si è fatta una operazione di lobby per tenere aperte Bergamo e Brescia, poi, quando i buoi erano usciti dal recinto, si è chiuso l’intero Paese.

Una chiusura che, in verità, in ambito produttivo nemmeno è stata tale: lo sanno bene quanti a partire da marzo, specialmente nelle regioni del nord, in tempi di piena epidemia e di segregazione domicilare, hanno continuato a dover lavorare per mantenere i profitti e gli interessi dei padroni, anche in settori che non rientravano propriamente tra quelli indispensabili all’economia, al capitale.

Oggi, che il contagio divampa al Sud, si segue la strada opposta: si chiude Napoli, affamando ancora di più una terra già povera. E se la chiusura totale non c’è stata, per ora, è solo merito della rivolta dell’altra notte.

Quando Mattarella, nella sua regalità presidenziale, ciarla della necessità di ridurre le disuguaglianze sociali dovrebbe sciacquarsi la bocca: le disuguaglianze sono state programmate dallo Stato.

Vedi Napoli e poi muori

Se la prima ondata è stata gestita in un clima di cupa pace sociale (con l’eccezione degli scioperi di marzo), sembra che la seconda non andrà altrettanto bene per lorsignori. Sin dalla prima notte di coprifuoco migliaia di persone sono scese in piazza a Napoli, rovesciando cassonetti, appiccando incendi e scontrandosi con la polizia. Ovviamente i sinistri, suonando il solito spartito che va in scena dal 1948 in Piemonte contro quei partigiani che non vollero consegnare le armi: parlando di fascisti e provocatori. Ma chi in piazza c’era venerdì notte lo ha scritto ovunque: fascisti non ci stavano, c’è una protesta che monta da tempo, con comitati che si incontrano al almeno un paio di settimane.

Le immagini della rivolta ci parlano di una discreta capacità organizzativa insurrezionale. Staffette di motorini, barricate quando servono, ritirate intelligenti (solo 2 arresti). Qualcuno dice: queste cose le sa fare solo la camorra. Bene e noi che cosa abbiamo fatto, di cosa abbiamo parlato nei nostri giornali e nei nostri spazi in questi ultimi anni?

Necessario pare un approfondimento sulla composizione di classe di questa rivolta. Essa era composta essenzialmente da due gruppi sociali: i commercianti e il sottoproletariato partenopeo. Nelle ore concitate prima della rivolta pare ci sia stato un braccio di ferro tra queste due anime e che la seconda abbia rotto le uova nel paniere della prima.

Il report di un gruppo opportunista ed elettoralista come Potere al Popolo, può una volta tanto essere utile a dipanare la matassa:

«In realtà da giorni c’è uno scontro sotterraneo in questa mobilitazione. Chi ha qualcosa da perdere, come i commercianti più grossi o qualche capopopolo che mira a una promozione politica, è contro la violenza e vuole intavolare una trattativa, è disposto ad applaudire la polizia, etc.

Segmenti più sottoproletari, invece, che frequentano anche l’ambiente di stadio e che hanno anche una propensione allo scontro organizzato con le forze dell’ordine, hanno più interesse a giocarsi una partita su quel tavolo, per vari motivi, dal puro nichilismo all’acquisizione di prestigio personale o di banda» (dalla pagina Facebook dei sinistri).

Ovviamente i riformisti di PaP parlano di «nichilismo» e «prestigio di banda». Ma questo report è certamente chiarissimo. C’è stato uno scontro di classe interno nella protesta di Napoli che, per usare le categorie della vecchia Rivoluzione Francese, ha visto contrapposti bottegai e sanculotti. I sanculotti hanno rovinato la sfilata ai bottegai. Bene così.

La sinistra dabbene si lagna delle bande e del mondo ultras, si lagna di chi sa fare il mestiere del rivoluzionario meglio di loro. Che si prepari allora, invece di lamentarsi.

Guerra alle montagne

Volgendo lo sguardo al più placido scenario umbro, questa settimana è stata caratterizzata dalla lotta degli spoletini contro la chiusura dell’ospedale per farne un centro solo per malati Covid. La chiusura dei reparti, compreso il pronto soccorso, ha visto manifestazioni spontanee di circa 500 persone in città, blocchi stradali presto rimossi con la mediazione del politico di turno. Anche questi piccoli episodi si qualificano come «programmazione delle disuguaglianze». I più colpiti dalla chiusura del pronto soccorso saranno non a caso i residenti in Valnerina, che dovranno fare anche un’ora e mezza di macchina per arrivare all’ospedale più vicino. Popolazioni già colpite dal terremoto del 2016, contro le quali lo Stato (nel caso specifico la Regione), si accanisce ulteriormente. Obbiettivo malcelato è la morte di un territorio, la desertificazione dell’Appennino, che faciliterebbe anche grandi opere come il Gasdotto Snam.

A Spoleto, a differenza che a Napoli, non si è riusciti a rompere l’unità interclassista verso questo obbiettivo “comune”. Col risultato che la Regione ha vinto e l’ospedale è stato chiuso.

Il paradosso è che, se questa pandemia è stata causata dalla globalizzazione e dall’eccessiva urbanizzazione, il sistema sa rispondere solo attraverso un ulteriore aggravamento delle cause: ancora guerra alle montagne, ancora disagi per chi non vive in città; ancora urbanizzazione, ancora nuove crisi.

Rompere il Fronte

Che fare, in questo caos? La prima cosa da fare è senz’altro rompere il Fronte. Ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca. Non è vero. Chi vuole continuare a produrre a Bergamo, chi vuole affamare Napoli, chi chiude gli ospedali, non è sulla nostra barca. Ma non sono sulla nostra barca nemmeno i commercianti, quelli che vogliano continuare a fare affari mentre la gente muore.

Rompere il Fronte Unico è possibile, a Napoli è successo. Speriamo che apra la via a nuovi episodi contro le leggi autoritarie in arrivo. Ma dobbiamo anche essere capaci di pensiero strategico, dobbiamo guardare “due mosse avanti”.

Se la prima ondata di misure repressive alla fine passerà – e speriamo di fargliela pagare il prezzo più alto possibile – dobbiamo essere veloci a spostarci sul secondo obbiettivo, il più ghiotto. Fermare l’economia. Smascherare la natura neo-schiavistica del semi-lockdown. Dite che è così pericoloso uscire di casa? Bene allora non andiamo nemmeno a lavorare. Tutto questo in un momento nel quale si intrecciano questioni complicate come il rinnovo dei CCNL di logistica e metalmeccanici. Riprendere il testimone degli scioperi di marzo, fermare tutto. Davvero.

Infine, se c’è davvero qualcosa che fa paura ai bottegai e sul quale il Fronte lo rompi davvero è la questione delle carceri. Lì vediamo quanti bottegai sono disposti a continuare la rivolta. Perché come insegnava un vecchio compagno russo, non c’è libertà finché un solo uomo o una sola donna resta prigioniero.

[26 ottobre 2020].

A questo link è possibile scaricare il file pdf dell’articolo: Stato di rianimazione.

È uscito il numero 5 del giornale anarchico Vetriolo

È uscito il numero 5 del giornale anarchico Vetriolo

Questo numero del giornale viene pubblicato in un inedito formato, una speciale edizione murale. Un manifesto e quattro brevi articoli che spaziano da una concisa analisi sull’insostenibile concretezza dello Stato e sul disciplinamento individuale a delle riflessioni sulle conseguenze dello stato di pandemia nel quadro della «svolta autoritaria di nuova forma» in corso da tempo, da importanti interrogativi sulla natura dell’agire rivoluzionario, tra ecologismo radicale e conflitto sociale e di classe, al valore profondo e radicale, attivamente significativo, della solidarietà rivoluzionaria con i compagni anarchici imprigionati.

Un foglio che non rappresenta un mutamento editoriale definitivo rispetto alle analisi critiche, di attualità e teoriche che abbondano nei precedenti numeri, dato che a partire dal prossimo numero “Vetriolo” tornerà nel consueto formato. La scelta di questa speciale edizione murale nasce nei mesi di segregazione di massa disposta dallo Stato con l’emergenza legata alla pandemia di coronavirus. Abbiamo sentito in questo periodo l’esigenza di ulteriori spazi di comunicazione in grado di rompere il «distanziamento» che le autorità hanno voluto e vorrebbero interporre tra ciascuno di noi. Abbiamo sentito il desiderio di propagare, ancora, delle «grida» contro la repressione, tanto più in un momento a nostro avviso estremamente importante per l’anarchismo tutto, ovvero il processo d’appello dell’operazione «Scripta Manent», nonché nel contesto delle innumerevoli inchieste che le procure d’Italia continuano a indirizzare contro il movimento anarchico.

Come sempre in queste pagine non trovano spazio facili risposte, soluzioni pronte all’uso o tesi precostituite. Oggi come ieri, crediamo e continuiamo a scommettere in uno strumento che possa implicare un vivo coinvolgimento con le idee in esso affermate.

Sommario:

Un dominio tossico, senza eccezione
In alto la mente e i cuori!
Stato di pandemia
Non tutto il male viene per nuocere

Per richieste di copie: vetriolo@autistici.org

Per questo numero: 15 copie a 10 euro, 30 copie a 20 euro, 70 copie a 40 euro. Spese di spedizione incluse.

Sono ancora disponibili copie dei numeri arretrati. Una copia dei numeri 0, 1, 2 e 3: euro 2,00 (per la distribuzione, richieste a partire da cinque copie: euro 1,50 a copia). Una copia del numero 4: euro 3,00 (per la distribuzione, richieste a partire da cinque copie: euro 2,00 a copia). Gratis per le persone imprigionate.

Buon compleanno, Circolaccio! Spoleto – 9/10 Ottobre 2020

È in uscita il numero 5 del giornale anarchico Vetriolo – Speciale edizione murale

Il numero 5 del giornale anarchico “Vetriolo” uscirà in un’inedita edizione murale, online e cartaceo. Una scelta, la nostra, che non rappresenta un mutamento editoriale definitivo, rispetto alle solite lunghe analisi critiche, di attualità e teoriche. Con ogni probabilità, “Vetriolo” tornerà nel consueto formato. La scelta di una edizione murale nasce nei mesi di prigionia di massa disposta dallo Stato con il pretesto dell’emergenza Coronavirus. Abbiamo sentito in questi mesi l’esigenza di una comunicazione in grado di rompere il distanziamento che le autorità vorrebbero interporre tra ciascuno di noi. Abbiamo sentito il desiderio di vedere appesi nei muri nelle nostre città le nostre e le vostre «grida» contro la repressione, tanto più in un momento a nostro avviso importante per l’anarchismo tutto, rappresentato dal processo d’appello dell’operazione «Scripta Manent», nonché dalle innumerevoli inchieste che le procure d’Italia continuano a indirizzare contro il movimento anarchico. Un’edizione murale vuole anche essere uno strumento in mano a quei refrattari che volessero sfuggire a futuri scenari autoritari, come l’antico gesto di appendere un manifesto. Divulghiamo, come anticipazione, il nostro articolo sul processo «Scripta Manent». Un contributo in vista del prossimo fine settimana di mobilitazioni.

A breve gli altri scritti e il manifesto murale. Per richieste di copie e contatti: vetriolo[at]autistici.org.

* * *

Un contributo per il processo d’appello dell’operazione «Scripta Manent».

In alto la mente e i cuori!

Quanti esseri hanno attraversato la vita senza mai svegliarsi!
E quanti altri si sono accorti che stavano vivendo solo per il monotono tic-tac degli orologi!

In mezzo alla miseria che caratterizza questo mondo, vi sono persone con un sogno nel cuore. Si tratta di una tensione che non può essere compresa e nemmeno sfiorata da chi si rassegna pienamente a questo stato di cose, da chi attraversa l’esistenza senza mai svegliarsi, da chi ritiene che, in fondo, questo sogno è una cosa vecchia, un rimasuglio ideologico del passato, una espressione di anacronistiche teorie che non dovrebbero trovare spazio in questa società ordinata e votata alla quieta sopravvivenza. Da questa realtà – che pretende affermarsi come definitiva ed ineluttabile, che quotidianamente ci infesta con il proprio controllo, le proprie false certezze, credenze ed opinioni – pare non esserci fuga. Ma se anche fosse concepibile o ipotizzabile una simile «fuga», è questa che occorre ricercare se intendiamo farla finita con quest’ordine asfissiante? Pensiamo e penseremo sempre di no.

Anarchici rivoluzionari, abbiamo un insopprimibile sogno nel cuore, non una semplice ed innocua espressione intellettuale, una chiacchiera, uno slogan o un soliloquio antagonista o «anti-sistema» con cui riempire il vuoto di una esistenza sottomessa, perché la vita – la vita vera, non un surrogato, non l’esistenza obbediente che ci viene spacciata come unica possibile – necessita del pensiero e dell’azione, della «squisita elevazione del braccio e della mente». Perché per rompere con lo sfruttamento e l’oppressione occorre che la dignità offesa e calpestata si trasformi in azione, perché crediamo fermamente che «libertà» non è affatto il diritto e il dovere di obbedire all’autorità, non è una esistenza trascorsa in ginocchio. La libertà risiede innanzitutto – qui ed ora – nella sfida contro ogni potere, nel selvaggio desiderio della distruzione pratica e concreta dell’autorità.

In mezzo alla miseria che caratterizza questo mondo, accade che il fragore di un sogno feroce irrompa tra le strade delle metropoli. Nonostante l’assordante brusio di infinite opinioni calate nelle menti, nonostante la decomposizione di ogni concreta consapevolezza critica, nonostante il costante e capillare controllo sociale messo in atto, nonostante si sentano sempre più «sudditi» reclamare a sé la «libertà» di poter essere ancor più integrati e inseriti in questo sistema assassino, nonostante tutto ciò c’è chi pensa che lo Stato vada distrutto, che vi sono persone, strutture e istituzioni responsabili della nostra condizione di sfruttati, di oppressi, di esclusi, che la tecnologia vada sabotata e attaccata fin da subito, dove più nuoce, che ogni ordine politico ed economico è per propria natura portatore di oppressione e sfruttamento, che libertà ed autorità sono e saranno sempre inconciliabili e incompatibili. Questo sogno di estrema libertà – l’anarchia – lo affermeremo e lo difenderemo sempre con risolutezza, col coltello tra i denti, contro ogni inquisitore, ogni sbirro, ogni giudice.

La giustizia – l’apparato dello Stato volto a stabilire le norme e le pene, le regole e le condanne – ha bisogno di ricercare, imprigionando e condannando, coloro che animati da questo sogno e autonomamente, senza aver prima chiesto il permesso a nessuno, attaccano il potere e insorgono contro l’ordine cui vorrebbero tenerci incatenati, o che senza tacere sostengono l’insopprimibile necessità dell’attacco. Non ci importa conoscere il colpevole o il responsabile delle azioni rivoluzionarie anarchiche, questo lavoro infame spetta a chi – spiando, controllando, arrestando, torturando, ammazzando – lo ha scelto, a chi lo svolge per mestiere: i garanti dell’ordine, disciplinati ed obbedienti servi dello Stato, cani da guardia dei padroni. Dinnanzi alla giustizia, non rinunceremo certo ai nostri principi, alle nostre pratiche: la nostra lotta, ineludibile espressione di una guerra sociale permanente che non ammette remore, è una imperitura affermazione della libertà integrale, dell’autonomia e delle potenzialità dell’individuo, è un urto furente contro il potere in tutte le sue forme, compresi la giustizia e l’apparato repressivo dello Stato.

Il 6 settembre 2016, nel corso dell’operazione repressiva chiamata «Scripta Manent», sono stati arrestati otto anarchici con l’accusa di aver costituito o partecipato ad una «associazione sovversiva con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico», di aver realizzato alcune azioni dirette e armate rivendicate dalla Federazione Anarchica Informale, di aver scritto e redatto pubblicazioni anarchiche. Una ventina di indagati, anni ed anni di molteplici indagini confluite in questa operazione repressiva, una storica pubblicazione del movimento anarchico – “Croce Nera Anarchica” – messa sul banco degli imputati, e una enorme mole di carte in cui si sottolinea una pericolosa ovvietà: gli anarchici sono per la distruzione dell’autorità, per l’attacco contro il potere. Quasi al termine di un lungo processo il pubblico ministero ha richiesto per i compagni poco più di 200 anni di carcere complessivamente. Fino al 24 aprile 2019, giorno della sentenza nel processo di primo grado, buona parte degli arrestati sono rimasti in carcere; quel giorno i compagni anarchici Alessandro, Alfredo, Anna, Marco e Nicola sono stati condannati a pene tra i 5 e i 20 anni di prigionia, per complessivi 56 anni, mentre altri 18 imputati sono stati assolti da ogni accusa, due tra questi scarcerati.

In mezzo alla miseria che caratterizza questo mondo, un sogno può vivificare una vita intera – un sogno vivo, incancellabile, iconoclasta, bruciante. In un tentativo di sopprimerlo, alcuni anarchici sono stati condannati ad anni e anni di reclusione. In ciò, una espressione della volontà di seppellire dei compagni nelle carceri e un monito indirizzato a quanti ritengono che il conflitto e la guerra contro l’autorità vadano costantemente sostenuti, ricercati e vissuti con furore, senza compromessi né mezze misure. Ma l’intento è vano: finché esisteranno miseria, sfruttamento ed oppressione ci sarà chi lotterà per abbatterli, finché vi sarà lo Stato ci saranno rivoluzionari intenti a distruggerlo, finché vi sarà autorità resteranno vivi il desiderio e la necessità della libertà. Ancora una volta, l’intento è vano: gli anarchici hanno sempre risposto colpo su colpo, senza moderazione alcuna, mossi sempre da qualcosa il cui valore non ha alcun prezzo, qualcosa per cui vale la pena lottare fino in fondo e senza remore – la dignità.

In occasione del processo d’appello per «Scripta Manent», iniziato il 1° luglio 2020 a Torino, oggi come ieri, come è stato costantemente fatto sulle pagine di questo giornale, solidarizziamo apertamente e fraternamente con i compagni imprigionati e perseguitati. Ribadiamo senza indugi il valore profondo e radicale, attivamente significativo, di una solidarietà rivoluzionaria consapevole che per quanto preventiva sia la difesa militare e poliziesca del nemico, quest’ultimo non riuscirà mai a distruggere l’anarchia, a contenere la diffusione dei suoi principi e delle sue pratiche, perché – come disse il compagno Emile Henry –, «le sue radici sono troppo profonde; essa è nata nel seno stesso di una società putrida che si sfascia; essa è una reazione violenta contro l’ordine stabilito. Essa rappresenta le aspirazioni egualitarie e libertarie che battono in breccia l’autorità odierna; essa è dappertutto e ciò che la rende inafferrabile finirà coll’uccidervi». Che potenti, inquisitori, giudici e servi del potere se ne facciano una ragione, non saranno delle condanne a seppellire o intimidire l’anarchismo. Da queste pagine, come altrove, non smetteremo mai di essere solidali con i compagni anarchici imprigionati, scagliando del vetriolo sulla faccia del nemico, corrodendo le sue certezze e le sue credenze, demolendo la coltre di isolamento che vorrebbe imporre all’anarchismo rivoluzionario e in particolare ai compagni in carcere, sostenendo sempre la necessità della solidarietà nell’azione rivoluzionaria.

Né Dio né Stato, né servi né padroni.

[Tratto da “Vetriolo”, giornale anarchico, n. 5, speciale edizione murale, settembre 2020].

In alto la mente e i cuori pdf 

 

Non bastano le sbarre per rinchiudere l’anarchia. Iniziativa solidale con gli anarchici a processo per Scripta Manent (Genova, 26.09.2020)

Genova, piazza San Lorenzo
Sabato 26 settembre, ore 16.00

Presidio contro la repressione in solidarietà agli anarchici/e arrestati/e per l’operazione Scripta Manent.

NON BASTANO LE SBARRE PER RINCHIUDERE L’ANARCHIA

Si avvia a conclusione, a Torino, il processo d’appello per l’operazione «Scripta Manent». Era il 6 settembre 2016, quando vennero arrestati/e otto anarchici/e con l’accusa di aver costituito o partecipato ad una «associazione sovversiva con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico», accusa di cui nel processo sono imputati circa una ventina di anarchici/e. In particolare le accuse sono di aver realizzato dal 2005 diverse azioni dirette e armate contro le forze dell’ordine (questori, caserme dei carabinieri ed allievi carabinieri, RIS), uomini di Stato (sindaci, ministro degli interni), giornalisti, ditte coinvolte nella ristrutturazione dei CIE ed un direttore di un centro di reclusione per migranti, rivendicate FAI e FAI-FRI (Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale). Inoltre, di aver scritto e redatto pubblicazioni anarchiche, tra cui una storica pubblicazione del movimento, “Croce Nera Anarchica”.

Ad aprile 2019, con la sentenza del processo di primo grado, i compagni Alessandro, Alfredo, Anna, Marco e Nicola sono stati condannati a pene tra i 5 e i 20 anni di reclusione, mentre altri 18 sono stati assolti e due tra questi scarcerati. Nel caso di Alfredo e Nicola, anni di prigionia che si vanno ad aggiungere alla precedente condanna per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi. Un’azione realizzata a Genova il 7 maggio 2012 e rivendicata fieramente in tribunale dai due compagni durante il processo che è seguito al loro arresto avvenuto nel settembre dello stesso anno.

L’inchiesta «Scripta Manent», diretta dal pubblico ministero Roberto Sparagna, cerca di reinterpretare le diverse visioni teoriche nel movimento anarchico, e in maniera strumentale, schematizzarle a fini repressivi in presunte «aree» e relativi «esponenti», differenziando fra anarchici cattivi e pericolosi ed anarchici buoni, tentando di isolare i compagni con lo scopo di poterli seppellire sotto anni di galera e regimi speciali di detenzione.

Tonnellate di cemento su di loro e soprattutto – sperano servi dello Stato, inquisitori e giudici – sulle pratiche di cui sono accusati. Azioni che hanno saputo portare avanti continuità nella lotta e rompere la pacificazione sociale degli ultimi vent’anni, sostenendo senza mezzi termini un conflitto radicale contro il potere, contro lo Stato, le sue istituzioni, le sue carceri e i suoi carcerieri, contro governanti, potenti e padroni che – oggi come ieri – non hanno certo smesso i propri panni e il proprio lavoro: opprimere, sfruttare, dominare, soggiogare, sottomettere, ammazzare in nome dell’ordine, del profitto, della patria, degli interessi di sempre.

Qualcuno ha pagato il genocidio del nucleare, qualcuno ha pagato le incursioni militari e di guerra nei propri territori depredati per le risorse, qualcuno ha pagato la violenza istituzionale dello Stato e della polizia, qualcuno ha pagato la segregazione nei CIE e nelle carceri.

Le pratiche e le metodologie rivoluzionarie che hanno risposto al genocidio del nucleare, alla guerra e al militarismo, alla depredazione delle risorse dei territori, alla violenza istituzionale dello Stato e della polizia, alla segregazione delle carceri e dei lager detti CIE, per cui sono imputati i compagni a Torino sono anche le nostre. Le difendiamo fermamente perché esse, in quanto bagliori di libertà in un mondo di sottomissione, colpiscono i responsabili della nostra condizione di sfruttati, di oppressi, e danno la possibilità di riflettere criticamente e radicalmente sulla natura dell’oppressione stessa, prefigurando il sogno e l’ideale per il quale lottiamo.

Esattamente allo stesso modo, per le stesse ragioni, sentiamo nostra l’azione di cui è accusato Juan, un attacco contro una sede della Lega Nord a Treviso nell’agosto 2018, il cui processo inizierà a Treviso a novembre di quest’anno. Dedichiamo un pensiero di rabbia e affetto per questo compagno che, fino all’arresto avvenuto a maggio 2019, ha saputo sottrarsi per alcuni anni al controllo asfissiante cui siamo sottoposti nell’attuale ordine sociale, che disertando il percorso imposto dal potere, quindi affermando risolutamente la propria determinazione e autonomia individuale, ha saputo intraprendere sentieri non tracciati di libertà.

Ribadiamo che le diversità, la pluralità, i dibattiti e finanche le polemiche sono, da sempre, tra le grandi ricchezze del movimento anarchico e dell’anarchismo in generale. Riaffermiamo che le pratiche di cui sono accusati i nostri compagni sono una viva e insopprimibile espressione della lotta contro l’autorità, una parte integrante delle esperienze e delle lotte del movimento rivoluzionario. Oggi come ieri, solidarizziamo apertamente con gli imputati dell’operazione «Scripta Manent», con Juan, e anche con Flavia, Francesca, Nico, Roberto, Claudio e Carla, prigionieri/e delle ultime operazioni repressive.

In questa giornata salutiamo anche Beppe e Natascia, in carcere da più di un anno, accusati di aver praticato la solidarietà rivoluzionaria con i prigionieri e gli oppressi. A loro va tutto il nostro sostegno, così come a tutti gli/le anarchici/e e i/le rivoluzionari/e imprigionati/e nelle carceri dello Stato in Italia e nel mondo.

Rompere l’isolamento!

Anarchici, anarchiche e solidali

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INIZIATIVE PREVISTE A TORINO E ALESSANDRIA

Ricordiamo alcune altre iniziative che si terranno in questo mese nell’ambito della mobilitazione in solidarietà agli imputati del processo «Scripta Manent» e che animeranno diverse città.

Lunedì 7, martedì 8 e mercoledì 9 settembre: Presenza solidale all’aula bunker del carcere Le Vallette a Torino nei giorni 7-9 settembre, date in cui il pubblico ministero riprenderà la parola, perché in quell’aula verrà decisa la strategia futura delle procure nei riguardi degli anarchici/e.

Giovedì 24 settembre dalle 9:00: Presenza all’aula bunker del carcere Le Vallette a Torino. La presenza solidale si svolgerà sia dentro che fuori l’aula.

Sabato 26 settembre alle ore 11:00: Presenza solidale in piazza Borgo Dora a Torino.

Domenica 27 settembre dalle 15:00: Presidio al carcere «S. Michele» di Alessandria (strada statale per Casale 50/A).

Solidali con gli imputati nel processo «Scripta Manent».

Ostili all’alienazione dei processi in videoconferenza e ai provvedimenti per impedire la presenza solidale in aula. Contro tutte le forme di reclusione. Per non dimenticare le proteste e le rivolte nelle carceri del marzo scorso, represse dallo Stato con 13 morti, pestaggi e trasferimenti di massa.

Per rivendicare che lottare è giusto e necessario.

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Un contributo per l’incontro «Col cuore e con la testa», Grisolia, 23 luglio 2020

Un saluto a tutti i presenti alla discussione.

La proposta dei compagni della Biblioteca dello Spazio Anarchico “Lunanera” di Cosenza di trovarci a discutere qui, assieme, riguardo l’internazionalismo anarchico e, specificatamente, di cominciare a farlo a partire da una angolazione particolare – ovvero il significato e il valore dell’indipendentismo per l’anarchismo, appunto, in un’ottica internazionalista – mi ha trovato entusiasta. Purtroppo, però, a differenza degli altri compagni della redazione del giornale anarchico Vetriolo, non sono potuto esserci in queste giornate. E qui risiedono le ragioni alla base di questo mio contributo, destinato specificatamente a stimolare ulteriormente questa discussione.

Per affrontare quest’oggi la questione dell’internazionalismo si è deciso di farlo a partire da un articolo, “Indipendentismo e anarchismo”, pubblicato nel n. 4 di Vetriolo. Si tratta di un contributo del compagno anarchico sardo Davide Delogu, da poco trasferito nel carcere di Caltagirone, in Sicilia, e sottoposto a continue restrizioni per via del suo animo rivoltoso e mai domo. Spero che il compagno abbia potuto mandare un contributo da leggere durante l’iniziativa, credo sarebbe molto interessante che la discussione si articoli anche e soprattutto a partire da delle sue parole.

Io, piuttosto che affrontare generalmente la questione dell’internazionalismo anarchico, di cui sono certo avrete modo discutere ampiamente (auspico anche a partire da questo contributo scritto), preferisco innanzitutto trarre spunto dall’articolo del compagno, portando l’attenzione sulla questione sarda, sulla lotta per la liberazione nazionale in Sardegna, sul significato che quest’ultima può assumere (o effettivamente ha, ad oggi) per l’anarchismo e gli anarchici, sul senso effettivo di un indipendentismo anarchico. Le mie saranno semplicemente delle riflessioni “in ordine sparso”, dei pensieri che spero potranno risultare utili per una proficua discussione, dato che gli argomenti in questione chiamano ad un serio e chiaro approfondimento critico, per il momento teorico, e ancor più – per il futuro – di ordine teorico-pratico.

Davide, nel suo articolo, ci invita a riflettere su questioni importanti che credo si polarizzino, in primis, attorno alla questione dell’identità, in questo caso l’identità nazionale. Il compagno, ancor prima di ogni possibile considerazione a carattere teorico, ci invita, secondo me giustamente, ad una riflessione sulla nazionalità, sulle lotte di liberazione nazionale e sull’indipendentismo, questioni che – in un certo senso credo del tutto a ragione – ritiene ben poco considerate e affrontate, ad oggi, presso l’anarchismo internazionale. In tal senso il compagno espone una panoramica di alcune lotte per la liberazione nazionale verificatesi negli ultimi decenni in tutto il mondo, mostrando anche come talvolta dei compagni anarchici vi abbiano preso parte, apportando specialmente il proprio contributo in termini pratici. Una consistente parte dell’articolo è proprio dedicata ad elencare delle vicende storiche relative alla partecipazione di alcuni individui e gruppi anarchici nel contesto delle lotte per la liberazione nazionale e dell’indipendentismo, e tramite tale elenco credo il compagno intenda mostrarci le ragioni per cui, da anarchici, dovremmo approcciarci alla questione nazionale e perlomeno supportare la lotta di questi compagni, di queste popolazioni. In sostanza, ci invita a riflettere su come dovrebbe essere del tutto naturale per noi, anarchici e rivoluzionari, prendere parte a tali contesti di lotta, dato che l’anarchismo sarebbe una forza (anche) anti-colonialista.

Criticamente, la questione mi trova di un altro parere. Io credo che non sia possibile fare un ragionamento a carattere generale su quelle che sono o che dovrebbero essere le ragioni per una nostra partecipazione o non-partecipazione a tali lotte. Va da sé che ognuno le ragioni le trova a partire dalle proprie convinzioni individuali. Quindi non credo sia proprio possibile una adesione dell’anarchismo ad una prospettiva generalmente anti-colonialista o indipendentista. Come scritto nell’articolo “Col cuore e con la testa”, pubblicato sempre nel n. 4 di Vetriolo, da «più di cento anni, dopo la prima guerra mondiale e la nascita dei moderni Stati-nazione borghesi, ogni lotta di liberazione nazionale è sempre stata, suo malgrado, strumentalizzata dai nemici dello Stato contro cui si insorgeva», ovvero da Stati e «potenze imperialiste rivali». E questa è certamente una prima importante considerazione da fare, che solleva parecchie problematiche. Una seconda considerazione, secondo me altrettanto fondamentale, si lega al problema del cosiddetto frontismo, e questo è un fattore, per così dire, più di ordine metodologico. Mi sembra palese come contribuire a creare strutture come “fronti per la liberazione nazionale” o “movimenti di liberazione nazionale” (la distinzione tra questi due può essere molto labile), da parte di anarchici, sia una enorme contraddizione in termini e, appunto, un problema di metodo. Entro tali strutture dovremmo, per forza di cose, venire a patti con delle componenti autoritarie del movimento rivoluzionario (ammesso che, almeno alle nostre latitudini, ne esista uno, dato che ora come ora è l’anarchismo l’unica forza concretamente rivoluzionaria), o pure con indirizzi ideologici che (teoricamente) dovremmo disprezzare, se non combattere.

Gli anarchici rivoluzionari hanno da sempre sostenuto l’autonomia sotto ogni aspetto: autonomia individuale, autonomia nell’autodifesa e nella rappresaglia, autonomia nell’organizzarsi (contro e oltre ogni struttura di sintesi, ogni organizzazione accentratrice) – quindi auto-organizzazione della lotta in ogni suo aspetto. In definitiva, tale convinzione è espressione e conseguenza del nostro ritenere fondamentale un principio, diciamo così, di parcellizzazione, contro uno, ad esso contrario, di accentramento. E questa convinzione si riflette, conseguentemente, nel nostro approccio teorico-pratico alla lotta, sia a carattere più locale che in una prospettiva internazionale. In quest’ottica, tenendo ben presente da parte nostra questo ragionamento inerente la parcellizzazione e l’accentramento, la questione è: noi, che cosa ci faremmo entro un fronte per la liberazione nazionale o una struttura organizzativa simile? Per come la vedo, un bel niente. Contribuiremmo, ancora una volta, più o meno consapevolmente, più o meno in balia di determinate illusioni quantitative, ad essere le pedine in mano alle suddette componenti autoritarie, che faranno di tutto per portare la lotta a coincidere con le proprie fittizie ragioni, che sono nemiche di quelle del movimento reale degli sfruttati.

Proprio per questo motivo, laddove si presentano questioni nazionali per noi di serio interesse, quindi portatrici di una determinata radicalità in senso antiautoritario, credo dovremmo ragionare approfonditamente su tali aspetti, tenendo sempre bene a mente il fattore, per noi fondamentale, di una autonomia d’azione totale e di una critica teorico-pratica senza alcuna moderazione o nascondimento. Per fugare ogni dubbio, sottolineo che ciò non significa rigettare in toto la possibilità di un nostro “intervento” in tali contesti, anzi: essere consapevoli che ogni lotta di liberazione nazionale è, come detto nell’articolo “Col cuore e con la testa”, «strumentalizzabile» da forze statali «rivali» o da componenti autoritarie, non significa rinunciare ad ogni nostra possibilità di lotta in un determinato territorio.

Riprendendo il filo di questa mia riflessione a partire dall’articolo di Davide, credo che – in definitiva – lo scopo principale del compagno fosse quello di portare l’attenzione sulla Sardegna, e sulle questioni ad essa inerenti. La panoramica sull’indipendentismo in altre aree del mondo ritengo che possa deviare l’attenzione dal nocciolo della questione, ovvero da una approfondita riflessione sulla questione sarda, siccome, oltre a sussistere enormi differenze tra tali aree del mondo, la Sardegna stessa possiede delle peculiarità uniche e del tutto «inclassificabili», e lo stesso Davide esprime ciò molto meglio di come potrei fare io.

Sulla Sardegna e sulla realtà sociale sarda nel corso degli ultimi secoli potremmo dire molte cose. Vista l’evidente limitatezza di questo mio contributo, vorrei portare l’attenzione su un paio di questioni di vitale importanza per comprendere il significato e la particolari elementi che caratterizzano la guerra sociale in Sardegna.

Come noto, i sardi sono portatori di una cultura millenaria che affonda le proprie radici almeno tra il 3000 e il 1900 a. C. circa. In questo lasso di tempo nell’isola erano presenti tutta una serie di «culture» (cultura di Ozieri, di Arzachena, di Abealzu, di Monte Claro, di Bonnanaro), come amano definirle gli archeologi e gli storici, che hanno poi contribuito a formare l’antica civiltà sarda, quella che oggi definiamo nuragica. Quest’ultima è stata una tra le più progredite civiltà mediterranee dell’epoca. La lingua sarda, una tra le più antiche parlate mediterranee, affonda le proprie radici in questo periodo storico.

Dunque la cultura sarda è di antica origine ed è ancora radicata nella realtà sociale dell’isola, nonostante i tentativi – in corso da secoli – degli stati preunitari, dello Stato italiano e del capitale di estirpare e sopprimere i tratti che rendono una determinata realtà sociale isolana, in particolare quella barbaricina (corrispondente al territorio delle Barbagie, dell’Ogliastra e del Nuorese), inconciliabile con l’attuale ordine politico ed economico. Tante cose sono state dette e scritte, anche ultimamente, sull’operato del potere in Sardegna. Penso in particolare al militarismo. Io vorrei porre l’accento su un aspetto estremamente importante, spesso trascurato: le origini della lingua sarda. Tale problema è di estrema importanza per capire la pervasività dell’operato del capitale e dello Stato. A partire dagli studi condotti da Max Leopold Wagner, uno studioso tedesco che realizzò il più consistente dizionario etimologico (per l’epoca, si recò continuativamente in Sardegna fino agli anni ’50), la lingua sarda è stata descritta come derivante primariamente dal latino. Ora, il problema è certamente complesso; però, senza dover essere linguisti o glottologi, ci vuole poco per capire che tale affermazione è del tutto falsa. La lingua sarda è ben più antica del latino, quest’ultimo ha certamente dato un contributo alla composizione della lingua sarda odierna, nelle sue innumerevoli varianti, ma non ne è all’origine perché il sardo e il latino hanno, in verità, un medesimo substrato di origine sumerico-accadica (cioè di provenienza mesopotamica). Per quanto concerne la lingua sarda, ad esempio, innumerevoli toponimi paiono intraducibili se si impiega come base il latino, mentre facendo riferimento alle parlate sumerico-accadice, o ugaritiche, divengono di facile comprensione. Lo stesso vale per i cognomi, come per migliaia di altre parole.

Senza volermi dilungare oltre in questo aspetto, che ognuno può benissimo approfondire da sé, volevo porre in risalto questo elemento per poter mettere in luce come, praticamente da secoli, i sardi siano oggetto di una costante distruzione della propria identità culturale, fatta anche di valori irriducibilmente nemici a quelli propri dello Stato (in quanto nella realtà barbaricina, ad esempio, come noto, è sempre stato posto in discussione il monopolio statale della violenza affermando la necessità della vendetta e dell’autodifesa). Per quanto riguarda la lingua sarda, è evidente come tale processo sia stato volto alla “spoliazione” (cioè, soppressione) di una determinata identità in base alle esigenze del capitale. Per cui è stato necessario, nell’ambito di questo processo, definire il sardo come una lingua d’accatto. Dunque, in sostanza, la resistenza dei rivoltosi sardi nei secoli è stata ed è una reazione all’aggressione del potere contro la cultura e le comunità sarde, poiché queste ultime erano incompatibili e inconciliabili con le esigenze del potere stesso.

Prima di salutarvi, vorrei tornare sulla questione dell’indipendentismo e della lotta per la liberazione nazionale. Io, a differenza di alcuni compagni sardi, credo che non abbia alcun significato improntare, in Sardegna, un principio di lotta di liberazione nazionale, perfino una che abbia le caratteristiche più libertarie possibili. Oltre ai problemi di ordine pratico, teorico e metodologico su cui mi sono soffermato sempre in questo contributo, occorre dire che è la stessa realtà sociale sarda ad aver sorpassato – coi fatti – la necessità di una lotta improntata in una simile maniera. Ciò è intuibile, innanzitutto, a partire dal fatto che in Sardegna, a differenza di altri territori (pensiamo, ad esempio, alla Corsica), non si è mai sviluppato un vero e proprio movimento di liberazione nazionale. Perché? Io credo che ciò sia accaduto e accada tutt’oggi perché – anche storicamente – gli sfruttati in Sardegna non hanno mai espresso una necessità organizzativa di questo tipo. Paradossalmente sono i compagni, i nostri compagni anarchici che sostengono la necessità dell’indipendentismo anarchico, a voler leggere la necessità di ciò.

Qui, come intuibile, torniamo al ragionamento accennato precedentemente: il principio accentratore. La lotta dei rivoltosi sardi, dei proletari, dei refrattari che (per fare un esempio) incendiano i veicoli delle forze dell’ordine, come anche quella messa in atto dai pastori nel 2019 (rispetto a quest’ultima faccio riferimento alle sue esperienze più radicali), non si esprime accentrandosi in strutture più o meno di massa, men che meno in fronti di liberazione nazionale, o in organizzazioni simili. Essa è, soprattutto, un conflitto in ordine sparso. E per noi anarchici, quale migliore indicazione da cui partire a riflettere, ad agire? E allora, a che cosa servirebbe organizzarci in strutture come quelle espresse dalle lotte di liberazione nazionale storicamente intese?

 

F.

Una riflessione a più voci sulle fonti storiche dell’anarchismo: le azioni, i fatti. Dialogando con Gino Vatteroni (Bollettino n.3) PARTE 2

Una discussione sul libro “Dalle Apuane alle Green Mountains: anarchismo e anarchici tra Carrara ed il Vermont (1888 – 1919)”

 

Iniziamo questa discussione parlando dell’importanza delle fonti nel tuo lavoro.

Gino

Le fonti più significative, in un certo senso, sono state la causa del ritardo del lavoro, per come faccio anche presente nei ringraziamenti dell’autore. Avrei potuto completare la ricerca molto prima se avessi avuto la possibilità e la voglia, di andare direttamente a Roma, invece, ho quasi intenzionalmente aspettato venti anni affinché aprissero il fondo degli anarchici relativo al periodo fascista, conservato presso l’archivio di Massa. La consultazione di questo fondo, in realtà non era preclusa a tutti, alcuni professori universitari ed anche storici locali di un certo peso politico lo avevano consultato prima di me. Ad ogni modo, sempre come dico nei ringraziamenti, infine alla Farnesina a Roma poi ci sono stato trovando anche qualche documentazione interessante che poi va integrata con quella di parte anarchica, ossia i manifesti e soprattutto, i periodici quali “L’Aurora”, “La Questione Sociale”, “Cronaca Sovversiva” più altri periodici coevi stampati in Italia. Essendo un libro di storia le fonti sono trattate quasi tutte anche se come sappiamo vanno prese con le pinze, infatti non si può portare avanti una ricerca che sia totalmente aderente alle fonti scritte da altri, sia che siano state redatte dalla polizia sia che siano di parte anarchica, altrimenti si finirà per fare libri come quello di Roberto Gremmo “Bombe, soldi e anarchia”1 nel quale l’autore sostiene che Berneri sarebbe stato uccido dagli anarchici stessi non dai comunisti perché, in pratica, Gremmo ha preso i documenti dell’OVRA e li ha riproposti senza sottoporli alle dovute interpretazioni critiche. Ho da poco saputo che è uscito un anno fa un libro simile: “Il caso Berneri” di Saverio Werther Pechar che ripropone la tesi di Berneri ucciso da anarchici per questioni interne, cioè questioni di soldi e che ci sono stati storici che lo hanno presentato e, purtroppo alcuni ambienti anarchici come la famosa libreria “Anomalia” hanno organizzato incontri con l’autore di questo libro che ripropone in maniera asettica i documenti.

Ci sono filoni narrativi che durante le presentazioni emergono di più?

Gino

Le presentazioni non sono mai state una uguale all’altra, ogni volta emerge una questione diversa, anche questa sera ne è emersa una, io comunque presento sempre quella dell’organizzazione informale del movimento anarchico di lingua italiana, il suo carattere transnazionale e il suo carattere organizzativo informale, basato su relazioni interpersonali , la fiducia, la solidarietà. Questo è ciò che ripropongo sempre perché ritengo sia uno dei temi che può essere ricollegato all’attualità.

I meccanismi di propaganda degli anarchici del Vermont sono paragonabili a quello che accade oggi in Italia?

Gino

Si ci sono forme di convivialità tese a ricreare una rete di rapporti di comunità e solidali, in fondo questa modalità fra gli anarchici c’è sempre stata e ci sarà sempre, forse si sono modificati gli obiettivi; oggi si fanno soprattutto i benefit per i compagni in carcere, all’epoca c’era anche questo aspetto ma c’era il finanziamento anche di altri tipi di propaganda come i giornali. Probabilmente il fatto che oggi vi siano tanti benefit è perché siamo in fase difensiva ed i benefit, sostenendo i compagni in prigione, servono a contrastare la repressione.

Come si sono evoluti i rapporti fra Carrara ed il Vermont ?

Gino

Lo sviluppo dei rapporti si basa sulla catena di emigrazione, fondata sul lavoro e su affinità lavorative del comprensorio carrarese ed il Vermont. Nel corso degli anni i contatti si sono mantenuti saldi; il libro parla di fine ‘800 inizi ‘900 che è il periodo di maggior migrazione, sia italiana che apuana. verso gli Stati Uniti. I rapporti fra Carrara ed il Vermont sono stati abbastanza saldi fino al 1910 poi, dal momento in cui la redazione di “Cronaca Sovversiva” viene spostata nel Massachusetts, iniziano a sfilacciarsi un po’ i rapporti. Il colpo finale, soprattutto nel Vermont, ci sarà con la repressione a partire dal ’17 fino agli anni ’20. Addirittura c’è uno storico americano Rudolph Vecoli che, negli anni ’70, cercò di condurre una ricerca su “Cronaca Sovversiva” a Barre nel Vermont; egli si recò proprio in quella cittadina a ricercare qualche parente degli anarchici del passato. Lo storico racconta di aver trovato una omertà assoluta, una grande paura di parlare di quel periodo, molti negavano di essere parenti di anarchici perché la repressione fu talmente forte che ormai negli anni settanta si era persa la memoria di questa storia, di questa comunità di “Cronaca Sovversiva”.

In relazione al presente , è possibile mantenere la chiarezza di alcuni di questi comunicati degli anarchici del Vermont, si può ottenere una uguale semplicità, chiarezza?

Gino

La comunità che si era formata attorno al giornale, cioè la comunità anarchica era così radicata e forte da potersi contrapporre al quella capitalistica, c’era la volontà di attaccare direttamente e uno di questi modo era la messa alla gogna. Esisteva un senso di comunità molto simile a quello presente nei villaggi dove era antica tradizione denigrare il nemico. Siamo, quindi, di fronte ad usanze relative alle culture popolari poiché anche l’anarchismo ha radici nei temi popolari. Su “Cronaca Sovversiva” dopo questi articoli in cui si esponevano con chiarezza le malefatte dei padroni, c’era anche l’articolo di risposta del padrone stesso che, magari, voleva sapere chi era l’autore dell’articolo e intendeva smentire le accuse mossegli, ovviamente “Cronaca Sovversiva” rispondeva a sua volta, così si creava un vivace dibattito. Questi episodi provano che “Cronaca Sovversiva” era molto letta anche dalla controparte, da questo punto di vista tale metodologia attualmente si è un po’ persa forse perché non sappiamo dare un nome e cognome a nostro nemico mentre in passato era più facile identificare il nemico. Per quanto riguarda lo stile semplice e diretto dei periodici presi in esame, forse ciò derivava proprio dalla composizione sociale dell’epoca del movimento anarchico che era composto da lavoratori, artigiani che avevano a che fare, ogni giorno, con alcune questioni e riuscivano, pertanto, a scrivere con cognizione di causa direttamente, senza doversi immedesimare in cose che magari erano un poco lontane, probabilmente per questo riuscivano a scrivere in modo diretto e semplice.

Parliamo dunque di anti-organizzatori e organizzatori: la permanenza della matrice classista nelle due posizioni e un riferimento all’iniziativa rivoluzionaria

Gino

Il fatto della matrice classista dell’anarchismo è connaturata naturalmente ad esso perché la maggior parte dei componenti di tali gruppi e queste individualità erano fatte di operai, il movimento anarchico di lingua italiana era composto da operai, artigiani, contadini, certamente erano presenti anche gli intellettuali: pubblicisti, giornalisti tipografi ma anche loro erano ben dentro al movimento classista, si tratta dunque di una componente che io credo sia anche attuale al di là delle stratificazioni sociali attuale, infatti ma bene o male tale aspetto è rimasto ancora vivo. Lo scopo sia degli organizzatori che degli antiorganizzatori dell’epoca oggetto di studio era uno solo, cioè l’insurrezione, ovvero la rivoluzione sociale sia in Italia che all’estero. Non c’era questa grossa differenza, dunque, fra i due gruppi; magari differivano nelle metodologie, nel modo di approcciarsi a questo fine, l’intento era però comune, quindi c’era una certa umiltà, cosa che forse un po’ si è persa. Può darsi che oggi ci sia una componente più “culturalista” da un certo punto di vista, nel movimento anarchico.

Qual è l’importanza della biografia nell’opera?

Gino

E’ stato un modo di far emergere gente che poi nella storia non ha mai avuto nome come gli operai che nei libri di storia non hanno mai avuto voce, per questo ho trovato interessante mettere le biografie personali, proprio per mostrare che il movimento anarchico si fondava si sulle figure note quali Malatesta, Gori ma le sue radici erano composte da operai oscuri che sono stati la colonna portante del movimento anarchico e lo sono tutt’ora.

Michele della casa editrice “Monte Bove”

A me viene in mente di fare un parallelismo con l’altro libro “I Giustizieri”2, che ha con questo ultimo libro uno speciale rapporto dialettico: i due lavori sono l’opposto e allo stesso tempo, il complemento, infatti ne “I Giustizieri” oltre a una prima parte introduttiva e storiografica vi è una seconda parte in cui sono presenti le biografie di singoli personaggi. In quest’ultima opera abbiamo l’opposto come abbiamo scritto, ossia troviamo i mille nomi degli operai, si tratta quindi di una storia corale, collettiva. In definitiva questa opposizione è complementare perché anche la voglia di vendetta del singolo che decide di alzare la mano contro i potenti, perché non ne può più delle ingiustizie, nasce da una coralità di resistenza, di contrattacco di classe. Questo è quanto volevo sottolineare come editore dei due testi.

Maria della distro “Malacoda”

Abbiamo come distro “Malacoda” ristampato “Un Fatto”3 – che descrive, racconta il gesto, l’arresto, le dichiarazioni, la condanna a morte e la morte di Gaetano Bresci – proprio grazie alla collaborazione esistente fra noi e il “Goliardo Fiaschi” di Carrara. L’argomento che fra l’altro, viene anche affrontato nelle ultime pagine de “I Giustizieri”. Si è trattato di una bella esperienza che ci ha fatto piacere affrontare.

1, Gremmo Roberto, Bombe, soldi e anarchia . L’”affare Berneri” e la tragedia dei libertari italiani nella guerra di Spagna, Storia Ribelle, Bilella, 2008

2, Vatteroni Gino, I Giustizieri. Propaganda col fatto e attentati anarchici di fine Ottocento, Edizioni Montebove, Sant’Anatolia di Narco (Pg), 2018

3, 29 liuglio 1900. Un Fatto, Malacoda, Sant’Anatolia di Narco (Pg), 2019

 

Una riflessione a più voci sulle fonti storiche dell’anarchismo: le azioni, i fatti. Dialogando con Gino Vatteroni (Bollettino n.2) PARTE 1

Presentazione del libro “I Giustizieri. Propaganda del fatto e attentati anarchici di fine Ottocento” di Gino Vatteroni.

Alcune riflessioni dialogando con l’autore.

Il 16 febbraio 2019 presso lo spazio anarchico Lunanera, è stato presentato il libro di Gino Vatteroni, i Giustizieri.

Il lavoro, è doveroso ricordarlo, nasce alcuni anni fa e doveva avere una forma narrativa, ecco perché è privo di apparati critici, tuttavia è stato solo ora grazie alle Edizioni Monte Bove, in particolare nella persona di Michele Fabiani, che questo libro è stato finalmente, dato alle stampe.

L’opera si sofferma su quanto accadde in particolare negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, quando si susseguivano, tentativi di insurrezione, azioni di massa o individuali ma si era, in generale, in uno stato di rivolta permanente. All’interno di questo panorama vanno dunque a collocarsi le figure dei giustizieri , ossia “attentatori che, con i loro gesti estremi e senza compromessi, rappresentarono e incarnarono la figura del giustiziere e del vendicatore dei continui soprusi e delle immani sofferenze patite dagli sfruttati e dai diseredati della terra”. Uno degli obiettivi è, certamente, quello di sfatare miti su figure iconiche, delle quali a volte poco si conosce la vicenda; tuttavia se è vero che vengono tratteggiate queste figure che si muovevano con atto individuale, si vuole evidenziare come sia errato credere che questi giustizieri agissero alla cieca. Essi effettuavano riflessioni e percorsi muovendosi in quella che è la dimensione di una comunità immaginata, ossia una comunità dove i comuni intenti e linguaggi permettono di agire insieme anche senza conoscersi o parlarsi.

Oggi si tende a mitizzare il passato, si tende anche ad effettuare una selezione fra buoni e cattivi, di contro si crede che in passato non esistessero delle divisioni, in realtà non è affatto così, la visione idillica di un passato unitario è una pia illusione.

Ad esempio, dopo l’attentato di Bresci molti gruppi anarchici, per non parlare dei socialisti, si affrettarono ad effettuare delle sorprendenti dichiarazioni, è il caso di un gruppo di anarchici di Roma i quali affermarono in apposito comunicato “che ripudiano con sdegno la prevedibile e codarda insinuazione tendente ad accusare il loro partito come quello che può eccitare a simili fatti (…) rifiutano ogni e qualunque solidarietà coll’ idividuo che ha compiuto l’uccisione” ma anche alcuni giornali di Ancona e Messina prendevano le distanze dall’attentato. Quindi, anche in passato esistevano diverse e disparate posizioni circa la propaganda tramite il fatto.

Che soluzioni trovare? Certamente non lasciamo a giudici ed accademici la ricosruzione della nostra storia. La storia ricostruiamola noi, con fonti di diversa natura, ponendoci in tal caso il problema di quali fonti usare: quelle giudiziarie, ma occorre essere consapevoli che è necessario ben decifrarle; quelle del movimento ma in tal caso ci si chiederà se è opportuno o meno divulgare talune informazioni. Alla base di questa opera vi è la consapevolezza che non esiste una storia oggettiva, le fonti parlano anche in base a chi le interroga. Leggendo questo libro sugli anarchici, scritto da anarchici, si comprende meglio quella che era la comunità immaginata proprio dagli anarchici e, si comprende meglio, la dimensione della propaganda col fatto.