E’ uscito di recente, per le Edizioni Erranti di Cosenza, il libro Anarchici e Anarchia in Calabria di Antonio Orlando.

Si tratta di una riproposizione di studi condotti dallo stesso autore, già pubblicati in “Chico il professore”, “Un anarchico errante: Luigi Sofrà” e rimodulati su testi già esistenti come “Breve storia dell’anarchismo calabrese” o su materiale presente in archivi e riviste d’interesse storico. Nulla di nuovo, insomma. Ci era già capitato di leggere il materiale qui raccolto ed averne rilevato diversi punti critici che qui approfondiremo.

Intendiamo, sin da subito, soffermarci sulla pretensiosità del titolo. L’ espressione Anarchici e Anarchia in Calabria fa pensare ad un’ analisi delle diverse sfaccettature del pensiero anarchico e delle proiezioni che esso ha avuto su un territorio sfruttato e colonizzato come quello calabrese. Fa pensare ad un contributo teorico e pratico che gli anarchici calabresi avrebbero portato nelle discussioni o messo in atto con le loro azioni. Nulla di tutto ciò si trova nel libro. Nella prefazione si legge che il pensiero anarchico non è “il centro della ricerca” condotta da Orlando, ma l’intento è quello di mostrare “una galleria di personaggi nella quale (…) è possibile trovare di tutto” (p. 7). Perchè allora attribuire questo titolo visto che non soddisferà le aspettative dei fruitori?

In Calabria, come dappertutto, non è possibile ascrivere la storia dell’anarchismo ad una ufficialità che riconosca autorità accademiche ed istituzionali come punto di riferimento. Non vogliamo e non possiamo limitarci a ricostruire dalle carte ufficiali il nostro passato. Non intendiamo barcamenarci tra i contrappesi e gli equilibri forzati della storiografia, né illuderci di recuperare determinate esperienze, attraverso una “narrazione” di comodo. Studiare e ricercare la “dimensione anarchica”, in un dato periodo ed in un dato territorio, è complesso e non può essere fatto attraverso gli strumenti che il potere offre o gli spazi che lascia utilizzare.

Tornando al volume Anarchici ed Anarchia in Calabria, prendiamo atto che non vi è traccia di anarchismo tra i vari capitoli che lo compongono, ma questo ce lo aspettavamo. Avendo letto le pubblicazioni che lo precedono, sappiamo benissimo di trovarci davanti ad una semplice documentazione storica più volte rimasticata; uno dei tanti tentativi di proporci figure di anarchici che contribuiscono al bene comune e allo sviluppo della democrazia. Anarchici sì, ma depotenziati, disarmati della forza storica del pensiero anarchico. Personaggi resi presentabili, spendibili; dalle vicende personali turbolente ma strumentalmente e momentaneamente “stralciati” dalle “convulsioni”, “dal frasuono” e dal “rumore” presenti altrove. Leggiamo dietro questo tentativo di rimodulare la luce dei riflettori della storiografia su singoli aspetti, istituzionalizzando alcune figure dell’anarchismo, la voglia di recuperare nelle sfere dell’accettabilità del dominio alcuni personaggi storicamente utili, da un punto di vista propagandistico, esaltandone, però, come sinonimo di grandezza d’animo, alcuni aspetti parziali della loro vita. E veniamo allo specifico.

L’elemento sul quale è interessante soffermarsi non è certamente relativo a qualche peculiare aspetto dell’opera, certo ci spiace non leggere l’apparato bibliografico dell’ultimo capitolo, anche se ci si rende conto della difficoltà che la vicenda dei cinque anarchici presenta coi suoi tanti lati oscuri, né è qui interessante esprimere giudizi di valore sulle figure degli anarchici calabresi tratteggiate nel volume, né discutere sulla questione dell’esitenza o meno di un movimento anarchico in Calabria. Nemmeno è utile rilevare che l’opera si ferma a inizio degli anni settanta e, pur venendo citato il testo di F. Di Gioia Storie nostre che tratta ampiamente le vicende degli anarchici calabresi fra gli anni settanta e ottanta, non si va oltre la vicenda dei cinque anarchici. Quella che vogliamo qui discutere è la sensazione finale che si ha a seguito della globale lettura di Anarchici e anarchia in Calabria. L’immagine degli anarchici che nacquero e vissero in Calabria appare quella di gruppi che affrontano “dotte disquisizioni filosofiche, morali e religiose (…) pranzi luculliani” (p. 67) e che dopo “lunghi anni di inutili, vane e retoriche predicazioni” (p. 66) giungeranno alla definitiva distruzione del movimento anarchico (cfr. Ibidem) . In definitiva questi compagni appaiono come incapaci di trattare questioni concrete perchè persi “dietro vaghe enunciazioni di principio” (p. 71), mentre “altri assumevano pose da eroi romantici o da liberi pensatori” (Ibidem). La loro attività di oratori appare all’autore paragonabile a quella di novelli apostoli (p. 67; p. 261) e non mancano fra loro coloro i quali erano forniti di “virtù laiche” (p. 335) . Secondo l’autore, inoltre, vi sono esempi di buoni anarchici, Orlando sottolinea come “l’esperienza amministrativa di Sofrà a Galatro è certamente la più originale forma di partecipazione degli anarchici a un’attività di gestione all’interno di una istituzione pubblica” (p.52) . Lo studioso però si rammarica del fatto che “l’interessante esperimento di Galatro non ha, purtroppo, alcun seguito” (p. 66). In altri termini ci pare di capire che gli anarchici sono da esaltare quando prendono parte al processo democratico in atto, quindi offrono le loro capacità al servizio della gestione della cosa comune, quando però entrano nel merito delle discussioni ed esprimono pensieri identitari allora il discorso si fa diverso e ripetono il loro “classico ritornello” (p.148). Nell’intero libro, inoltre, si pone attenzione ad operare dei distinguo. Se gli anarchici partecipano a delle attività con gli altri partiti di sinistra allora esprimono posizioni degne di nota (cfr p. 69), seminano bene (cfr. p. 349); in altri casi sono troppo idealisti (cfr p. 226) , eccentirci e bizarri (cfr. 39) se non addirittura “dilettanti, pasticcioni, inesperti giocati e manovrati da funzionari di polizia” (p. 290). Tuttavia, il pensiero che anima l’intera opera si può riassumenre nella vicenda che riguarda il processo per la bomba al Teatro Diana di Milano. Le carte giudiziarie videro coinvolti numerosi anarchici, alcuni dei quali collaboratori di Umanità Nova; ebbene, l’intero capitolo si fonda sul fatto che in merito alla vicenda ebbe modo di esprimersi anche Gramsci in persona, il quale offrì l’aiuto di un suo avvocato, il calabrese Repaci, che difese uno degli imputati, Ustori, vicino al giornale fondato da Malatesta. Gramsci, infatti, riteneva necessario “separare le posizioni di alcuni militanti per evitare le speculazioni imbastite ad arte dalla polizia e dai fascisti” (p. 238) . L’attenzione è quindi posta prevalentemente su Ustori poiché egli rappresenta “l’anello di collegamento tra il gruppo dei militanti anarchici regolarmente inquadrati nelle fila del movimento e il gruppetto degli <<individualisti>> accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato” (p. 240). L’intero capitolo si snoda intorno alla lungimiranza di Gramsci e l’affidabilità di Repaci; di contorno alcuni anarchici sprovveduti ed ingenui. Di fronte a queste valutazioni di merito non emerge l’interesse per la vicenda in sé, quanto piuttosto è effettuata, a nostro giudizio, una operazione che in realtà si sconfessa fin dalle prime pagine dell’opera. Da un lato, ci sono gli anarchici buoni e ammaestrati che partecipano alla democrazia, alla costruzione della civiltà; dall’altro lato, le belve feroci coi loro gesti teatrali e le vite eccentriche; in mezzo, un pensiero vago, dottrinale, avulso dalla realtà. “Dire la verità al potere” è storicamente una pratica rara e più un gruppo sociale è subordinato, tanto più impenetrabile è la sua maschera. Se dovessimo dare l’idea della dimensione in cui ci si muove nel delineare la storia degli anarchici, si potrebbe paragonare il tutto alla ricostruzione di un quadro, la cui cornice è inadeguata poiché falsata dalla volontà di chi l’ha costruita e il cui disegno è volutamente intriso di zone d’ombra: da una parte, il potere che cerca attraverso i suoi collaboratori di confezionare ad arte delle verità; dall’altra, tanti compagni e compagne che volutamente ne sabotano la ricostruzione. L’anarchismo non si mostra con un’unica faccia né nella storia né nel presente, tanto meno è possibile una sua reductio ad unum nell’alveo del socialismo. Questo libro, dunque, va preso per quello che è: un’ operazione commerciale che vuole richiamare a mezzo del titolo e della composizione grafica, la curiosità di chi vuole saperne di più sull’anarchismo calabrese, ma almeno in noi la sensazione destata dalla lettura è una sola: un ritratto di anarchici fatto da un punto di vista istituzionale, paternalistico, “sinceramente democratico”; si tratta di una ricerca dalle tinte deterministe che rafforza esclusivamente le pratiche di uno storicismo scontanto, accademico, da tirare fuori nelle ricorrenze. Da una parte, ci dice che il pensiero e le azioni anarchiche sono stati un imprescindibile passo verso l’emancipazione collettiva; dall’altro vorrebbe recuperare singole figure e singoli fatti per incasellarli in una storia comune, riconosciuta e condivisa dai sinistrati. Riteniamo ciò alquanto ipocrita e fuorviante.

Alcuni anarchici dalla Calabria