Pubblichiamo la risposta di Antonio Orlando, autore del libro “Anarchici e anarchia in Calabria”, alle nostre considerazioni uscite sul Bollettino n.1 della Biblioteca dello Spazio Anarchico Lunanera.

 

 

Gentili amici,

con colpevole ritardo (attribuibile, peraltro, esclusivamente a me) sono venuto a conoscenza della recensione che avete dedicato al mio libro “Anarchici e anarchia in Calabria”. Certo non si può dire si tratti di una presentazione “favorevole” e tuttavia, in ogni caso, è meglio un aperto dissenso che il silenzio o, peggio ancora, l’indifferenza. Non entro nel merito delle critiche mosse al mio libro, frutto di un lavoro che conduco da quasi trent’anni e che per una parte riguarda anche la storia dei movimenti anarchici nella nostra regione e quella della c.d. “emigrazione sovversiva”, cioè tutti quei ribelli emigrati all’estero per sfuggire alle persecuzioni poliziesche e per tentare anche di migliorare le proprie condizioni di vita, poiché ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero e le proprie valutazioni. Non mi pare il caso di polemizzare e mi auguro solo, che una volta o l’altra, avremo occasione di discuterne di persona.

Vorrei invece far presente quali sono, da sempre, le direttrici della mia ricerca storica e, in particolare, evidenziare quelle che riguardano specificatamente la ricostruzione storica dell’anarchismo.

Premetto che non sono anarchico (nell’Introduzione ho tracciato sommariamente il mio percorso politico) e quindi non condivido a pieno l’ideologia (lo so, è una brutta parola) libertaria, tuttavia non mi sono mai posto né in termini di contrapposizione preconcetta né di passiva condiscendenza piuttosto ho cercato di essere “un compagno di strada”, uno di quelli che, nel ripercorrere all’indietro il lungo cammino dei movimenti popolari e di opposizione, si sforza di capire le ragioni degli altri, del loro agire e delle loro scelte.

La mia idea di anarchia oscilla tra queste due definizioni: “un’idea esagerata di libertà” e “una forma di disperazione creativa” (ovviamente le definizioni non sono mie) e lungo queste linee mi sono mosso nelle mie ricerche. La tensione per l’affermazione della propria libertà e la creatività che da essa scaturisce sono tratti che hanno caratterizzato e caratterizzano l’evoluzione del movimento anarchico ed è questo che ho cercato di cogliere nei protagonisti delle mie “storie”.

La storia dell’anarchia non può essere separata dalla Storia, essa ne è parte integrante, l’attraversa per oltre due secoli, s’intreccia con le vicende del proletariato, permea di se la storia dei partiti, dei sindacati e di tutti i movimenti di opposizione. Pensare, quindi, di poterne trattare in maniera separata e distinta porterebbe inevitabilmente ad una atrofizzazione delle vicende dei movimenti anarchici che appariranno, a seconda del taglio che viene dato, racconti gialli o d’avventura o storie di criminali o di folli avventurieri o di tipi strampalati ed eccentrici o nel più benevolo dei casi, storie di sognatori e di utopisti.

La mia attività s’inserisce lungo un filone di studi sui movimenti anarchici che da angolazioni diverse, ha cominciato a tracciare un quadro della storia dell’anarchia al di fuori degli stereotipi e dei pregiudizi fissati da una certa tradizione storiografica, compresa quella comunista, non certo esente da colpe e responsabilità.

La Rivista Storica dell’Anarchia, edita dal 1994 da un gruppo di studiosi e docenti di Storia contemporanea legati al movimento anarchico, ha rappresentato il mio riferimento poiché ho sempre concordato sul punto che la storia dell’anarchismo non può essere oggetto di studio fine a se stesso ma, senza preconcetti ideologici deve essere coerentemente inserita – ripeto – nella più vasta storia della società, dei conflitti sociali e dei percorsi di opposizione ai meccanismi di potere.

Per non incorrere in errori riporto un brano, tratto dall’editoriale di presentazione della Rivista (n. 1 del 1994), firmato da Pier Carlo Masini, che riassume bene questa impostazione.

  • La Rivista storica dell’anarchismo (e delle culture libertarie), […] non sarà una rivista celebrativa, o peggio auto celebrativa, un parco della rimembranza, ma un osservatorio a 360°, nell’ampiezza della collaborazione e delle tematiche, senza apriorismi ideologici, fossero pure quelli dell’anarchismo stesso. Quelle che scriveremo saranno spesso pagine di critica e di rivendicazione – storiografica s’intende – dalla parte dei vinti ed evitando accuratamente il vittimismo tipico e auto consolatorio delle minoranze. […] Non si può fare la storia dell’anarchismo senza fare contestualmente la storia delle sue antitesi, cioè delle archie politiche, economiche, burocratiche, militari, ecclesiastiche, accademiche, mass mediali e delle loro contraddizioni. […] Da qui la necessità di una storiografia globale, attenta all’oggetto specifico della ricerca, ma anche alla società tutta intera in cui quell’oggetto si muove.

Questo mi ha portato ad indagare senza alcun limite se non quello della conoscenza e del rispetto di una “verità storica”, relativa e parziale quanto si vuole, ma frutto di studi approfonditi e documentati all’interno dei quali ogni fonte è stata esaminata adottando ogni accorgimento, per quanto possibile, oggettivo. Le carte di polizia, ambigue e fuorvianti, ho imparato ad esaminarle sempre in controluce mettendole a confronto con la stampa, le testimonianze, le lettere, gli scritti di coloro i quali sono passati nelle carceri o al confino o hanno vissuto in esilio, sorvegliati e perseguitati da spioni e delatori.

Non è facile districarsi in quel ginepraio, generato dalla maniacale tendenza al controllo da parte dello Stato, accentuata poi al massimo dal fascismo, e dentro il quale diventa difficile individuare spie, infiltrati, informatori, delatori e traditori, alcuni di essi pure annidati all’interno dello stesso movimento anarchico. Basta citare, per tutti, il caso Cremonini che così tanti danni ha provocato.

Questa impostazione, aperta e libera, mi ha permesso inoltre di trattare e di parlare di anarchia con chiunque, senza pregiudiziali di sorta accettando il confronto (lo scontro, se volete) anche con settori molto distanti dalle posizioni libertarie, senza farmi strumentalizzare. Alla fine mi sono ritrovato nella scomoda posizione di essere inviso agli uni e agli altri. Agli anarchici perché troppo poco anarchico e ai comunisti in quanto rinnegato e traditore.

Ho cercato di superare quella condizione dell’anarchismo – oggigiorno divenuta tragica – del suo compiacersi della propria marginalità rispetto al suo tempo, nel crogiolarsi nello spazio dell’esclusione e dell’insignificanza politica. Ché, si badi, essere rilevante – afferma Massimo La Torre – politicamente è esserlo nel presente. Ora, questa interpretazione, insieme a quell’altra per cui l’anarchismo è ad un tempo momento estremo del processo di secolarizzazione e nondimeno reazione a questo e così fusione di etica e politica, questo prisma interpretativo è acuto, equilibrato, corretto. Esso però vale solo – e qui, io credo – dice sempre La Torre – Berti è meno sorretto dalla sua abituale sensibilità storico-teorica – per una parte dell’anarchismo, quella romantica, quella che muove da Bakunin e si afferma con la vulgata di Kropotkin e Malatesta.

Quanto poi alla mancanza di analisi sul pensiero anarchico contemporaneo, confesso apertamente i miei limiti. Il mio interesse prevalente (se non esclusivo) è la ricostruzione storica che si ferma agli anni immediatamente seguenti la fine del secondo conflitto mondiale. Per poter analizzare le vicende dei movimenti anarchici successivi occorrono degli strumenti di cui, lo ammetto sinceramente, non sono in possesso. Perciò invece di banalizzare o di correre dietro ai luoghi comuni, preferisco continuare ad occuparmi di un passato sufficientemente remoto o, come dicevano i Latini, “perfetto”.

Vi ringrazio per l’attenzione e, con l’augurio di poterci incontrare, Vi porgo i più

cordiali saluti.

Antonio Orlando

21 agosto 2020