La situazione di cosiddetta «sospensione» che abbiamo attraversato negli ultimi mesi, e che tutt’oggi perdura, ha messo in luce parecchi aspetti di questo mondo in putrefazione e ne ha fatti eclissare altri. Si tratta di una situazione di «sospensione» sotto parecchi punti di vista. Ad esempio, ad essere sospeso, nei fatti, è stato il teatrino della politica, rivelatosi obsoleto, con i suoi riti e le sue formalità, la sua maggioranza democraticamente eletta e i suoi «scontri» partitici. A congelarlo – chissà ancora per quanto, chi può saperlo? – sono stati in gran parte i «tecnici», gli esperti, figure non nuove ma che in questo periodo stanno mostrando sempre più la propria preponderante importanza nel e per il potere. Da tutto ciò è derivata una sorta di «spoliticizzazione» delle forze politiche esistenti. Oggi, molto più di ieri, conta sempre meno quale colore o connotazione politica assumano lo schieramento parlamentare e le istituzioni.

Facciamo attenzione. Questa «sospensione» non è frutto di una «eccezionalità» o indice di un venire meno del ruolo – storico, materiale, fattivo – dello Stato. Piuttosto, come possiamo vedere, a venire meno è stata la presenza degli organismi sovranazionali (che comunque, è bene tenerlo a mente, non sono spariti), non quella dello Stato, che è il primo immediato e concreto elemento di dominazione reale.

Come altre fandonie ideologiche che affondano le radici nel secolo scorso, ad essersi eclissata è l’illusione derivata dalla concezione di un potere ormai «diluito» e diffuso nei rapporti sociali, anzitutto nei rapporti interpersonali; una teorizzazione negli ultimi anni sostenuta, incredibilmente, anche da parecchi anarchici a queste latitudini del mondo. Non mi interessa qui analizzare le origini o lo sviluppo di tale paccottiglia ideologica, questi aspetti potranno essere affrontati in altro spazio, basti dire che tale convinzione era una vera e propria impostura forgiata su una debolissima lettura della realtà sviluppatasi nel tentativo di colmare l’evidente vuoto di prospettive di teorie che ben poco hanno a che fare con l’etica anarchica e con l’anarchismo in generale. Concepire l’esercizio dell’autorità come qualcosa di «diluito» ed etereo è stato ed è un errore. Prima di abbracciare simili convinzioni occorrerebbe accorgersi che chiaramente il capitale ha invaso tutti gli aspetti del (soprav)vivere sociale conducendo ad un complessivo impoverimento di ogni autentico rapporto di vita, ma che in ogni caso le persone, i luoghi e le strutture del potere non sono mai svaniti. Una evidenza talmente «scontata» da essere di una banalità disarmante.

Ecco, determinate letture della realtà sono crollate sotto il peso dell’evento-coronavirus, e a farle venire meno non è stato un imprevisto. In questo senso, credo che il coronavirus (in primis come accadimento sociale) non va a spezzare, ad interrompere, il «flusso» della storia o degli eventi, piuttosto è qualcosa che accelera fenomeni che erano già in corso, confermandone lo svolgimento e dando loro un ulteriore scossone in una direzione già definita. Ad esempio, pensiamo al rafforzamento dello Stato-nazione e alla risorgenza dei nazionalismi, alla cosiddetta crisi della globalizzazione, o alla sempre più pervasiva e capillare presenza di apparecchi, ritrovati e processi tecnologici (senza i quali tutte le attività sostitutive effettuate «a distanza» non sarebbero state possibili). Come si configurerà la gestione sociale all’interno degli stati occidentali? Come si svilupperà ulteriormente il processo tecnologico e scientifico? E la crisi? Quello della «crisi», intesa come crisi economica e finanziaria, tutto sommato è sempre stato un falso problema. Il capitale soffre da sempre di una crisi strutturale e le varie ristrutturazioni messe in campo sono state compiute anche nell’ottica di affrontare tale condizione. Restando su un piano di riflessione che possiamo definire terra-terra, occorre però capire che la crisi economica che (almeno a livello europeo) si sta profilando potrà essere di una significatività tale da incrementare notevolmente il divario tra sfruttati e sfruttatori, o meglio, da renderlo più evidente, accelerando l’esclusione di più ampie porzioni della società, presumibilmente rendendo maggiormente identificabile la natura stessa dello sfruttamento, della repressione e del controllo sociale, con tutto ciò che ne deriva.

Non a caso, difatti, ci sono volute ben poche settimane per rendere manifesta la natura effettiva della democrazia, che oggi può apparire nitidamente per ciò che è sempre stata: un insulso simulacro. La democrazia – anch’essa, esattamente come tutte le altre, prospettiva di dominazione per il controllo e la repressione della vita –, apparentemente messa a portata delle mani di «chiunque», pone il proprio fondamento nella rassicurante illusione dell’impossibilità di godere effettivamente della vita stessa, rendendoci così «tutti uguali».

Come vediamo, anche volendo non c’è alcuno spazio per il catastrofismo. Non bisogna scoraggiarsi davanti a una realtà che impone e propone la propria materialità come fosse un fluire eterno, un fatto ineluttabile, per cui qualsiasi non-accettazione concreta, non mediata dalla desistenza o dall’alternativismo, significa «follia» o essere etichettati come tali. Il connubio teorico-pratico dell’anarchismo, anche e soprattutto davanti a situazioni come questa, non corre ai ripari. Oggi come sempre, l’anarchismo rivoluzionario rivela a tutti gli sfruttati, gli oppressi, gli esclusi, i compagni che il primo aspetto, immediato e tangibile, dell’attività rivoluzionaria consiste nel dare ad ognuno la reale possibilità di poter «realizzare» se stessi, scrollandosi il peso dell’obbedienza, della disciplina, della sottomissione, dell’oppressione qualsiasi forma assuma, svelando la ricchezza di possibilità racchiuse nella propria individualità. È allora che tale ricchezza non può che manifestarsi nelle azioni e nella vita. Nei tempi attuali e in quelli che verranno occorrerà una seria e approfondita riflessione su ciò, intrecciata, contemporaneamente, ad una attiva propaganda anarchica volta ad affermare le ragioni della rivolta e dell’azione individuale come dell’insorgenza collettiva. Contro e oltre ogni dipendenza e rassegnazione.

Ecco, l’evento-coronavirus non è un imprevisto. Sicuramente questa epidemia, con tutto il gravoso carico di conseguenze che ha comportato, può averci colti alla sprovvista, arrivando inaspettatamente quando (ovviamente) non la si attendeva. Le epidemie, come i terremoti o altri cataclismi, non prendono appuntamento con l’umanità, però con una differenza sostanziale: mentre gli accadimenti come i terremoti spesso si presentano veramente in maniera inaspettata, altri fenomeni vanno ad inserirsi e a crescere in una realtà sociale, «aggredendo» un corpo che, quando non presenta già estesi sintomi, può pure essere letteralmente in putrefazione. Siccome la realtà sociale della contemporaneità è quella della cosiddetta globalizzazione, ad essere coinvolto in questa epidemia, seppure in varie misure e con intensità differenti, è stato l’intero mondo globalizzato, che prima o poi avrebbe potuto essere «scosso» da un simile evento. La natura delle cose di per se stessa non concepisce catastrofi, semmai sono gli stati e il capitale, con il loro coacervo di apparati, istituzioni e derivati – come l’industrializzazione e l’urbanistica –, a predisporre le condizioni ambientali e sociali proficue affinché eventi come una epidemia abbiano le conseguenze che possono avere.

Come noto, tra le ipotesi più accreditate ricondotte all’origine dell’epidemia, è stata menzionata la condizione di ultra-sviluppo industriale e mercantile caratterizzante certi territori della Cina dove enormi masse di persone, di sfruttati, con stili di vita ancora agresti convivono e forzatamente sopravvivono all’interno di aree urbane e metropolitane densamente popolate, in terribili condizioni di sovraffollamento. Questo contesto, unitamente all’allevamento (intensivo o meno), all’alimentazione, alle condizioni ecologiche di certe aree del mondo e ad altri fattori sconosciuti o comunque poco noti, hanno conferito al virus delle concrete possibilità di sviluppo e migrazione. Credo che questa ipotesi sia veritiera. Precisando, però, che i primi che sicuramente hanno contribuito a condurre il virus nelle altre parti del mondo globalizzato non sono state le masse di contadini e di manovali, o gli impiegati cinesi, bensì gli imprenditori, gli affaristi. Magari gli stessi che negli ultimi mesi, da marzo in poi, hanno invocato a gran voce il ritorno alla «normalità» per una popolazione che desiderano azzittita e disponibile al lavoro. Così, ad esempio, per restare alle nostre latitudini, presumibilmente questi piccoli e grandi imprenditori (o chi per loro) sarebbero atterrati all’aeroporto di Orio al Serio, alla periferia di Bergamo, o in altri del nord Italia e da lì il virus avrebbe proseguito il proprio percorso. La Lombardia, assieme ad altre località più o meno limitrofe situate in Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, quindi tra le aree geografiche più inquinate e densamente popolate in Europa, sono state tra le prime aree geografiche pienamente coinvolte nella propagazione del virus. Non a caso, una crescente presenza di «anomale» problematiche polmonari e respiratorie era stata riscontrata in provincia di Bergamo già negli ultimi mesi del 2019 (almeno a dicembre, se non prima), un periodo antecedente di molto l’istituzione della prima «zona rossa» in una porzione della provincia di Lodi e in un comune in Veneto con la conseguente militarizzazione dei suddetti territori.

A livello mediatico è stata data grande rilevanza alla situazione verificatasi Bergamo e nella sua provincia, inizialmente in alcuni paesi della bassa Val Seriana (il cui fondovalle sostanzialmente è una conurbazione della città). Da alcuni mesi a questa parte la realtà di questo territorio è stata quella di una forte presenza repressiva volta ad imporre un capillare controllo e disciplinamento sociale. Sotto questo punto di vista, tra gli aspetti più evidenti basti pensare ai folti posti di blocco e agli innumerevoli controlli effettuati tra marzo e maggio praticamente dovunque e specialmente nelle aree urbane poste nel circondario della città orobica. Contemporaneamente, sempre a livello locale, il coro praticamente unanime dei media ha condotto una «martellante» opera di invito all’obbedienza ai vari decreti governativi che si sono susseguiti, «invitando» a sopportare ogni infame sopruso da parte delle forze repressive, dei padroni, degli industriali, dei politici, dei «tecnici», delle istituzioni. Ogni aspetto dell’umana esistenza è stato costantemente ricondotto alla dipendenza, pressoché totale, dallo Stato, dalle sue istituzioni, dal capitale, dall’economia.

Io credo che, ancora una volta, non dobbiamo leggere questo scenario – che per questi aspetti è stato decisamente più «intenso» rispetto al resto della penisola, almeno credo – come fosse una sorta di sperimentazione «in vitro» di uno scenario che si potrebbe definire «orwelliano», una sperimentazione di ciò che verrà, di tutta una serie di «disposizioni» e «applicazioni» volte all’amministrazione e al controllo sociale (che comunque fanno parte dell’armamentario «gestionale» dello Stato da parecchio tempo). E’ assai probabile che parecchie normative (e consuetudini) introdotte in questo periodo sussisteranno ancora, e che – soprattutto – tale situazione sia stata d’«ispirazione», specialmente per quanto riguarda la messa in pratica e la giusta definizione di determinate strutture e apparecchiature tecnologiche già da tempo disponibili. In questo senso, direi che parliamo di un futuro – quello iper-tecnologizzato – che è già presente. Però, appunto, partendo da queste constatazioni non possiamo incappare nella suggestione di vedere la cosiddetta sperimentazione «in vitro» di uno scenario «orwelliano» o «distopico», come più volte è stato detto e avanzato anche presso il movimento anarchico. La realtà del controllo sociale, lungi da essere totalizzante, presenta ancora estese falle, in parte «insanabili» (poiché non risolvibili né in breve né in lungo periodo).

La natura di tale situazione sociale, in provincia di Bergamo come negli altri luoghi fortemente coinvolti nell’epidemia, credo sia derivata primariamente dalla necessità di dare una netta «risposta» in termini di «tutela» ad una ampia fascia di popolazione letteralmente in preda al terrore di essere contagiata e pressoché priva di una autonoma capacità di giudizio riguardo la situazione. In secondo luogo, è stata sicuramente dovuta all’intenzione di mantenere ben «salda» e priva di un benché minimo barlume critico l’intera popolazione di un territorio che è letteralmente uno dei maggiori «motori produttivi» d’Italia (quante volte abbiamo sentito dire che «tutto andrà bene» o che «siamo tutti sulla stessa barca»?), facendo il possibile per evitare che emergessero dei conflitti concreti, non simulati o fittizi, come invece sono quelli del cosiddetto movimento antagonista già da tempo (e da oggi ancor di più) destinato ad estinguersi nelle forme con cui l’abbiamo conosciuto, visto il sempre minore spazio esistente per la mediazione, le compromissioni e il riformismo.

Allo stesso tempo, però, credo dovremmo fare attenzione a non cadere in una ulteriore suggestione: pensare che le istituzioni (come regioni e province), i vari comitati «tecnici» deputati alla gestione della situazione, e in generale tutte le strutture del potere, si siano mosse fin da subito come un blocco monolitico e compatto, con decisioni e parole d’ordine univoche. Questa discrepanza l’abbiamo potuta osservare al meglio nei mesi di febbraio e marzo dove una miriade di aspetti relativi alla locale amministrazione sono stati lasciati allo sbaraglio tra una direttiva e l’altra. Osannare gli «eroi» della sanità lombarda è stato uno scontato tentativo (ben riuscito, ovviamente) di distrarre l’occhio del benpensante dalla concretezza della situazione.

Questa compattezza, o monoliticità, non l’abbiamo vista nemmeno nel periodo che è seguito, quando, sempre a livello locale, è emersa una contrapposizione tra Confindustria e alcuni consistenti «pezzi» delle istituzioni. Da una parte gli interessi dei grossi imprenditori, degli industriali, degli affaristi che hanno letteralmente fanno di tutto pur di mantenere aperte le aziende e dall’altra la volontà, constatabile presso ampi settori delle istituzioni, di rimandare ancora, il più possibile, l’agognata e allo stesso tempo temuta «riapertura». Intendiamoci, non che tutte le aziende in questo periodo siano state chiuse, anzi, una buona parte hanno continuato ad essere aperte e funzionanti, magari solo determinati reparti o settori specifici, pur non rientrando tra quelle di primaria necessità emergenziale (a fine marzo erano aperte il 39% delle imprese lombarde, mentre per la sola provincia di Bergamo il 35% circa, ossia 1851 imprese). Come noto ciò è stato compiuto anche attraverso i «giochetti» dei codici Ateco, ovvero la «corsa» fatta dai padroni e da Confindustria affinché più aziende, stabilimenti e imprese possibili restassero aperte. I grandi stabilimenti esistenti sul territorio sono rimasti in varie misure tutti aperti. Come risaputo e più volte sottolineato, mentre si invocava a gran voce il sacrificio, milioni di persone in tutta Italia continuavano a lavorare. Ovviamente, non che ci sia da stupirsi a riguardo: le merci devono circolare e padroni e politici non hanno mai avuto e mai avranno alcun concreto interesse per la «tutela della vita umana», dato che ciò che tutelano sono esclusivamente i propri profitti e i propri interessi di classe.

In sostanza, a grandi linee questa situazione che cosa ha detto? In primis che in contesti «emergenziali» come questo emergono in seno al potere delle contraddizioni, magari minimali ma comunque presenti, e da ciò si deduce che la piena compattezza d’intenti che talvolta volte tendiamo a osservare in verità non esiste. Anche solo a livello locale, meramente amministrativo, si esplicitano varie «tensioni» e spinte contrastanti. Questo aspetto è più volte emerso nei media e nelle dichiarazioni «di facciata» dei vari politici, portati a dire letteralmente tutto e il contrario di tutto; proprio come dalla retorica del «Bergamo non si ferma» (come se un virus si fermasse al confine tra una provincia e un’altra), per cui nulla avrebbe dovuto turbare l’operosità dei bergamaschi, sono passati repentinamente a quella del «Bèrghem mola mia» («non mollare»), quindi l’allarmistica invocazione della più totale segregazione domiciliare. In secondo luogo, questa situazione ci dice che la concretezza della dominazione «materiale» e di uno Stato sempre vigile a sua difesa è più che mai presente, alla faccia della pretesa prevalenza della dominazione, per così dire, più «esistenziale». Non che questi due aspetti siano in antitesi, anzi, sono intrecciati e inestricabili, per come la vedo.

Ancora, come detto al principio di questo articolo, tante sovrastrutture e fandonie ideologiche hanno mostrato la propria inconsistenza davanti alla situazione generatasi negli ultimi mesi. Non c’è più molto spazio per certe suggestioni.

Oggi è ancora più visibile la stretta interazione tra religione, ideologia e scienza. Una buona parte delle religioni ripongono uno dei propri fondamenti nella convinzione che il corpo è infetto o malato, facendo derivare da ciò la necessità di una cura netta e risolutiva: il sacrificio di ciò che è ritenuto causa della malattia, ovvero la vita. Da qui in poi la grande «rivelazione» (cioè imposizione) è stata quella di vivere permanentemente rivolti contro la vita stessa, nella soppressione continua di sé, avendo in cambio la «salvezza». L’ideologia, fondata su ragioni esterne a noi, si è presentata anch’essa come una cura, talvolta perfino «radicale», alla malattia di cui soffriamo, di volta in volta concepita differentemente. Anch’essa ci dice che il corpo e la nostra vita sono malati, che abbiamo necessità di cure, e in questa prospettiva è emersa come sempre la funzione del sacrificio, il cui ultimo ritrovato si pone nell’apparente volontaria «cogestione» dell’amministrazione-gestione della realtà sociale contemporanea e del bene comune nelle varie forme da essi assunte. Infine, la scienza, che da sempre e oggi ancor di più (nell’odierna articolazione tecno-scientifica) si propone di salvare chiunque e il mondo dalle proprie malattie, pure questa considera il vivere come un male da cui doversi curare e davanti a cui sarebbe disposta a sacrificare – letteralmente – il mondo intero. «L’uomo e tutto il suo sviluppo non sono stati altro che decorsi di una più grande malattia: la soppressione della vita» (Pierleone Porcu).

In tempi di concreta epidemia tutto ciò è ancora più pregnante. Questo virus è figlio di una malattia ben più estesa e profonda. Io, essendo inguaribilmente ottimista, auspico che con la possibile maggiore «chiarezza» portata dall’odierna situazione, si possa giungere in particolar modo presso l’anarchismo a prendere consapevolezza che nell’attività rivoluzionaria anarchica non esistono mezze misure, né compromesso alcuno. In tal senso, però, i miei buoni auspici, come le comode speranze, non servono proprio a nulla. E nemmeno basta «saper cogliere le occasioni», un approccio non dissimile dal constatare una implicita e ineluttabile predeterminazione degli eventi cui tutti possiamo solo adeguarci o rassegnarci. Occorrono la volontà e la determinazione a saper creare e distruggere a partire dalla nostra propria individualità.

Affetti dalla «patologia» del verbalismo e del teoricismo cronici, si concorda che non si vive di sole chiacchiere e contemporaneamente si prosegue a sopravvivere di miserevoli e bugiarde promesse. Ad esempio, davanti al radicale emergere della rivolta, come accaduto all’inizio del mese di marzo con le rivolte che hanno attraversato alcune carceri, e davanti al massacro e all’uccisione dei detenuti operato dall’istituzione carceraria e dalle forze repressive, a che serve «opporre» tristi manifestazioni di democratico dissenso come sbattere pentole e gridare slogan dal balcone di casa? O rassegnarsi a svolgere presidi «complici e solidali» sotto le carceri? Quindi, a che serve affermare che il sistema carcerario deve andare in fiamme se al contempo si fanno proprie le richieste di amnistia e di indulto che invece, anche solo per una elementare questione metodologica, non ci dovrebbero appartenere? Tutto questo è estremamente dannoso per la causa rivoluzionaria anarchica che diciamo di sostenere. Per risolvere tali questioni non ci sono ricette pronte all’uso, semplicemente credo che l’attività rivoluzionaria vada intesa come un processo in divenire che non si adegua agli statici e accomodanti modelli che ciascuno può figurarsi nella propria mente, un processo avente molteplici scopi, tra cui la crescita di una propaganda rivoluzionaria anarchica con le parole e con i fatti, la radicalizzazione dei conflitti sociali odierni, l’arricchimento delle capacità di ognuno in senso propositivo e significativo.

Senza dilungarmi oltre, dato che gli argomenti fino a qui abbozzati sono tanti e sicuramente chiamano ad un approfondimento critico, con queste ultime riflessioni ho inteso ricordare che l’anarchismo non è un movimento d’opinione. Esso affonda le proprie ragioni soprattutto negli strumenti e nella metodologia rivoluzionaria anarchica, e fa affidamento unicamente su questi. Ieri come oggi, le ragioni della nostra lotta sono quelle della nostra vita.

f. r. s.

maggio 2020