Presentazione del libro “I Giustizieri. Propaganda del fatto e attentati anarchici di fine Ottocento” di Gino Vatteroni.

Alcune riflessioni dialogando con l’autore.

Il 16 febbraio 2019 presso lo spazio anarchico Lunanera, è stato presentato il libro di Gino Vatteroni, i Giustizieri.

Il lavoro, è doveroso ricordarlo, nasce alcuni anni fa e doveva avere una forma narrativa, ecco perché è privo di apparati critici, tuttavia è stato solo ora grazie alle Edizioni Monte Bove, in particolare nella persona di Michele Fabiani, che questo libro è stato finalmente, dato alle stampe.

L’opera si sofferma su quanto accadde in particolare negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, quando si susseguivano, tentativi di insurrezione, azioni di massa o individuali ma si era, in generale, in uno stato di rivolta permanente. All’interno di questo panorama vanno dunque a collocarsi le figure dei giustizieri , ossia “attentatori che, con i loro gesti estremi e senza compromessi, rappresentarono e incarnarono la figura del giustiziere e del vendicatore dei continui soprusi e delle immani sofferenze patite dagli sfruttati e dai diseredati della terra”. Uno degli obiettivi è, certamente, quello di sfatare miti su figure iconiche, delle quali a volte poco si conosce la vicenda; tuttavia se è vero che vengono tratteggiate queste figure che si muovevano con atto individuale, si vuole evidenziare come sia errato credere che questi giustizieri agissero alla cieca. Essi effettuavano riflessioni e percorsi muovendosi in quella che è la dimensione di una comunità immaginata, ossia una comunità dove i comuni intenti e linguaggi permettono di agire insieme anche senza conoscersi o parlarsi.

Oggi si tende a mitizzare il passato, si tende anche ad effettuare una selezione fra buoni e cattivi, di contro si crede che in passato non esistessero delle divisioni, in realtà non è affatto così, la visione idillica di un passato unitario è una pia illusione.

Ad esempio, dopo l’attentato di Bresci molti gruppi anarchici, per non parlare dei socialisti, si affrettarono ad effettuare delle sorprendenti dichiarazioni, è il caso di un gruppo di anarchici di Roma i quali affermarono in apposito comunicato “che ripudiano con sdegno la prevedibile e codarda insinuazione tendente ad accusare il loro partito come quello che può eccitare a simili fatti (…) rifiutano ogni e qualunque solidarietà coll’ idividuo che ha compiuto l’uccisione” ma anche alcuni giornali di Ancona e Messina prendevano le distanze dall’attentato. Quindi, anche in passato esistevano diverse e disparate posizioni circa la propaganda tramite il fatto.

Che soluzioni trovare? Certamente non lasciamo a giudici ed accademici la ricosruzione della nostra storia. La storia ricostruiamola noi, con fonti di diversa natura, ponendoci in tal caso il problema di quali fonti usare: quelle giudiziarie, ma occorre essere consapevoli che è necessario ben decifrarle; quelle del movimento ma in tal caso ci si chiederà se è opportuno o meno divulgare talune informazioni. Alla base di questa opera vi è la consapevolezza che non esiste una storia oggettiva, le fonti parlano anche in base a chi le interroga. Leggendo questo libro sugli anarchici, scritto da anarchici, si comprende meglio quella che era la comunità immaginata proprio dagli anarchici e, si comprende meglio, la dimensione della propaganda col fatto.