Una discussione sul libro “Dalle Apuane alle Green Mountains: anarchismo e anarchici tra Carrara ed il Vermont (1888 – 1919)”

 

Iniziamo questa discussione parlando dell’importanza delle fonti nel tuo lavoro.

Gino

Le fonti più significative, in un certo senso, sono state la causa del ritardo del lavoro, per come faccio anche presente nei ringraziamenti dell’autore. Avrei potuto completare la ricerca molto prima se avessi avuto la possibilità e la voglia, di andare direttamente a Roma, invece, ho quasi intenzionalmente aspettato venti anni affinché aprissero il fondo degli anarchici relativo al periodo fascista, conservato presso l’archivio di Massa. La consultazione di questo fondo, in realtà non era preclusa a tutti, alcuni professori universitari ed anche storici locali di un certo peso politico lo avevano consultato prima di me. Ad ogni modo, sempre come dico nei ringraziamenti, infine alla Farnesina a Roma poi ci sono stato trovando anche qualche documentazione interessante che poi va integrata con quella di parte anarchica, ossia i manifesti e soprattutto, i periodici quali “L’Aurora”, “La Questione Sociale”, “Cronaca Sovversiva” più altri periodici coevi stampati in Italia. Essendo un libro di storia le fonti sono trattate quasi tutte anche se come sappiamo vanno prese con le pinze, infatti non si può portare avanti una ricerca che sia totalmente aderente alle fonti scritte da altri, sia che siano state redatte dalla polizia sia che siano di parte anarchica, altrimenti si finirà per fare libri come quello di Roberto Gremmo “Bombe, soldi e anarchia”1 nel quale l’autore sostiene che Berneri sarebbe stato uccido dagli anarchici stessi non dai comunisti perché, in pratica, Gremmo ha preso i documenti dell’OVRA e li ha riproposti senza sottoporli alle dovute interpretazioni critiche. Ho da poco saputo che è uscito un anno fa un libro simile: “Il caso Berneri” di Saverio Werther Pechar che ripropone la tesi di Berneri ucciso da anarchici per questioni interne, cioè questioni di soldi e che ci sono stati storici che lo hanno presentato e, purtroppo alcuni ambienti anarchici come la famosa libreria “Anomalia” hanno organizzato incontri con l’autore di questo libro che ripropone in maniera asettica i documenti.

Ci sono filoni narrativi che durante le presentazioni emergono di più?

Gino

Le presentazioni non sono mai state una uguale all’altra, ogni volta emerge una questione diversa, anche questa sera ne è emersa una, io comunque presento sempre quella dell’organizzazione informale del movimento anarchico di lingua italiana, il suo carattere transnazionale e il suo carattere organizzativo informale, basato su relazioni interpersonali , la fiducia, la solidarietà. Questo è ciò che ripropongo sempre perché ritengo sia uno dei temi che può essere ricollegato all’attualità.

I meccanismi di propaganda degli anarchici del Vermont sono paragonabili a quello che accade oggi in Italia?

Gino

Si ci sono forme di convivialità tese a ricreare una rete di rapporti di comunità e solidali, in fondo questa modalità fra gli anarchici c’è sempre stata e ci sarà sempre, forse si sono modificati gli obiettivi; oggi si fanno soprattutto i benefit per i compagni in carcere, all’epoca c’era anche questo aspetto ma c’era il finanziamento anche di altri tipi di propaganda come i giornali. Probabilmente il fatto che oggi vi siano tanti benefit è perché siamo in fase difensiva ed i benefit, sostenendo i compagni in prigione, servono a contrastare la repressione.

Come si sono evoluti i rapporti fra Carrara ed il Vermont ?

Gino

Lo sviluppo dei rapporti si basa sulla catena di emigrazione, fondata sul lavoro e su affinità lavorative del comprensorio carrarese ed il Vermont. Nel corso degli anni i contatti si sono mantenuti saldi; il libro parla di fine ‘800 inizi ‘900 che è il periodo di maggior migrazione, sia italiana che apuana. verso gli Stati Uniti. I rapporti fra Carrara ed il Vermont sono stati abbastanza saldi fino al 1910 poi, dal momento in cui la redazione di “Cronaca Sovversiva” viene spostata nel Massachusetts, iniziano a sfilacciarsi un po’ i rapporti. Il colpo finale, soprattutto nel Vermont, ci sarà con la repressione a partire dal ’17 fino agli anni ’20. Addirittura c’è uno storico americano Rudolph Vecoli che, negli anni ’70, cercò di condurre una ricerca su “Cronaca Sovversiva” a Barre nel Vermont; egli si recò proprio in quella cittadina a ricercare qualche parente degli anarchici del passato. Lo storico racconta di aver trovato una omertà assoluta, una grande paura di parlare di quel periodo, molti negavano di essere parenti di anarchici perché la repressione fu talmente forte che ormai negli anni settanta si era persa la memoria di questa storia, di questa comunità di “Cronaca Sovversiva”.

In relazione al presente , è possibile mantenere la chiarezza di alcuni di questi comunicati degli anarchici del Vermont, si può ottenere una uguale semplicità, chiarezza?

Gino

La comunità che si era formata attorno al giornale, cioè la comunità anarchica era così radicata e forte da potersi contrapporre al quella capitalistica, c’era la volontà di attaccare direttamente e uno di questi modo era la messa alla gogna. Esisteva un senso di comunità molto simile a quello presente nei villaggi dove era antica tradizione denigrare il nemico. Siamo, quindi, di fronte ad usanze relative alle culture popolari poiché anche l’anarchismo ha radici nei temi popolari. Su “Cronaca Sovversiva” dopo questi articoli in cui si esponevano con chiarezza le malefatte dei padroni, c’era anche l’articolo di risposta del padrone stesso che, magari, voleva sapere chi era l’autore dell’articolo e intendeva smentire le accuse mossegli, ovviamente “Cronaca Sovversiva” rispondeva a sua volta, così si creava un vivace dibattito. Questi episodi provano che “Cronaca Sovversiva” era molto letta anche dalla controparte, da questo punto di vista tale metodologia attualmente si è un po’ persa forse perché non sappiamo dare un nome e cognome a nostro nemico mentre in passato era più facile identificare il nemico. Per quanto riguarda lo stile semplice e diretto dei periodici presi in esame, forse ciò derivava proprio dalla composizione sociale dell’epoca del movimento anarchico che era composto da lavoratori, artigiani che avevano a che fare, ogni giorno, con alcune questioni e riuscivano, pertanto, a scrivere con cognizione di causa direttamente, senza doversi immedesimare in cose che magari erano un poco lontane, probabilmente per questo riuscivano a scrivere in modo diretto e semplice.

Parliamo dunque di anti-organizzatori e organizzatori: la permanenza della matrice classista nelle due posizioni e un riferimento all’iniziativa rivoluzionaria

Gino

Il fatto della matrice classista dell’anarchismo è connaturata naturalmente ad esso perché la maggior parte dei componenti di tali gruppi e queste individualità erano fatte di operai, il movimento anarchico di lingua italiana era composto da operai, artigiani, contadini, certamente erano presenti anche gli intellettuali: pubblicisti, giornalisti tipografi ma anche loro erano ben dentro al movimento classista, si tratta dunque di una componente che io credo sia anche attuale al di là delle stratificazioni sociali attuale, infatti ma bene o male tale aspetto è rimasto ancora vivo. Lo scopo sia degli organizzatori che degli antiorganizzatori dell’epoca oggetto di studio era uno solo, cioè l’insurrezione, ovvero la rivoluzione sociale sia in Italia che all’estero. Non c’era questa grossa differenza, dunque, fra i due gruppi; magari differivano nelle metodologie, nel modo di approcciarsi a questo fine, l’intento era però comune, quindi c’era una certa umiltà, cosa che forse un po’ si è persa. Può darsi che oggi ci sia una componente più “culturalista” da un certo punto di vista, nel movimento anarchico.

Qual è l’importanza della biografia nell’opera?

Gino

E’ stato un modo di far emergere gente che poi nella storia non ha mai avuto nome come gli operai che nei libri di storia non hanno mai avuto voce, per questo ho trovato interessante mettere le biografie personali, proprio per mostrare che il movimento anarchico si fondava si sulle figure note quali Malatesta, Gori ma le sue radici erano composte da operai oscuri che sono stati la colonna portante del movimento anarchico e lo sono tutt’ora.

Michele della casa editrice “Monte Bove”

A me viene in mente di fare un parallelismo con l’altro libro “I Giustizieri”2, che ha con questo ultimo libro uno speciale rapporto dialettico: i due lavori sono l’opposto e allo stesso tempo, il complemento, infatti ne “I Giustizieri” oltre a una prima parte introduttiva e storiografica vi è una seconda parte in cui sono presenti le biografie di singoli personaggi. In quest’ultima opera abbiamo l’opposto come abbiamo scritto, ossia troviamo i mille nomi degli operai, si tratta quindi di una storia corale, collettiva. In definitiva questa opposizione è complementare perché anche la voglia di vendetta del singolo che decide di alzare la mano contro i potenti, perché non ne può più delle ingiustizie, nasce da una coralità di resistenza, di contrattacco di classe. Questo è quanto volevo sottolineare come editore dei due testi.

Maria della distro “Malacoda”

Abbiamo come distro “Malacoda” ristampato “Un Fatto”3 – che descrive, racconta il gesto, l’arresto, le dichiarazioni, la condanna a morte e la morte di Gaetano Bresci – proprio grazie alla collaborazione esistente fra noi e il “Goliardo Fiaschi” di Carrara. L’argomento che fra l’altro, viene anche affrontato nelle ultime pagine de “I Giustizieri”. Si è trattato di una bella esperienza che ci ha fatto piacere affrontare.

1, Gremmo Roberto, Bombe, soldi e anarchia . L’”affare Berneri” e la tragedia dei libertari italiani nella guerra di Spagna, Storia Ribelle, Bilella, 2008

2, Vatteroni Gino, I Giustizieri. Propaganda col fatto e attentati anarchici di fine Ottocento, Edizioni Montebove, Sant’Anatolia di Narco (Pg), 2018

3, 29 liuglio 1900. Un Fatto, Malacoda, Sant’Anatolia di Narco (Pg), 2019