Le elezioni di questo fine settimana sono state molto importanti per le sorti dell’Europa. No, non parliamo della misera messa in scena della tornata elettorale italiana, ma dei referendum che si sono svolti in alcuni territori occupati dell’Ucraina per l’annessione alla Federazione Russa.

 

Con essi, la “guerra mondiale” per procura e regionalizzata che si combatte fra Russia e NATO assume una svolta formale dalle importanti conseguenze pratiche. Dal momento in cui il Donbass, Kherson e Zaporozhye diventeranno ufficialmente parte della Russia, il regime di Putin potrà sostenere che ogni attacco ucraino in questi territori verrà letto come un attacco alla Russia stessa. Ne deriva l’ordine di mobilitazione generale, la proclamazione della legge marziale, la trasformazione della propria industria in un’economia di guerra per difendere la patria. 

 

Con questa svolta strategica il governo russo esce dalla retorica dell’Operazione Militare Speciale – neologismo preso in ispirazione dalle “missioni di polizia internazionale”, le “missioni di pace”, le “guerre umanitarie” e altre fantasiose sortite dei dottor Stranamore del tanto odiato Occidente – per passare alla dichiarazione di guerra vera e propria. A dimostrazione della natura farsesca di ogni meccanismo elettorale, che fotografa sempre i rapporti di forza tra dominanti e mai una astrusa quanto inesistente “volontà popolare”, Putin ha ordinato la mobilitazione parziale ancor prima di conoscere l’esito dei referendum, richiamando i primi trecentomila riservisti. 

 

Da questo momento in avanti, diventano cobelligeranti tutti quegli Stati che stanno armando da mesi il regime di Kiev e che gli hanno permesso di resistere con tanta efficacia e di contrattaccare con successi inaspettati. Chi arma uno Stato a cui viene formalmente dichiarata la guerra, è anch’egli (quasi) in guerra. Europa e Stati Uniti si dovranno ora assumere le responsabilità per un conflitto che hanno alimentato con ogni mezzo, allo scopo di dissanguare il nemico russo, sperando di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, mandando a cioè morire gli ascari ucraini. 

 

Piuttosto che scadere nelle letture partigiane dei pennivendoli di corte e delle opposte tifoserie, che in quanto internazionalisti e nemici di ogni Stato non possiamo che rigettare, ribadendo la nostra ostilità contro tutte le parti in guerra, vale la pena di soffermarci su un paio di riflessioni.

 

La prima. Il governo russo sicuramente ha fatto una scommessa azzardata. Annettere quei territori significa drammatizzare ulteriormente un’eventuale sconfitta (per fare un esempio, chiaramente una forzatura, proviamo ad immaginare la tragedia geopolitica se gli USA perdessero di nuovo il Texas in una guerra col Messico). Questo significa giocarsi il tutto per tutto pur di evitare tale sconfitta. Ci rendiamo conto dei pericoli che questa deduzione porta seco quando parliamo della prima potenza nucleare al mondo. La stessa scelta di una mobilitazione generale porta con sé, come conseguenza immediata, l’avvento della guerra nelle case di milioni di cittadini russi. Fino ad ora, Putin aveva giocato a fare “l’americano”, a fare una guerra lontana nel mentre cercava di mantenere una vita normale e agiata per i cittadini delle principali città; mandare le cartoline a casa e portarsi via, forse per non farli più tornare, milioni di figli, di mariti, di fratelli rompe radicalmente con questo immaginario. Questo significa radicalizzare anche il fronte interno e l’opposizione alla guerra, che, come ci indicano le grandi manifestazioni di piazza e le decine di azioni dirette di sabotaggio e disfattismo, è molto forte nel Paese. 

 

La seconda riflessione. Pur rappresentando un ulteriore importante passo verso una possibile guerra nucleare, c’è ancora un elemento importante di controtendenza rispetto a questo scenario. Se c’è una cosa su cui la Russia oggi è forte sta nel fronte energetico. L’inverno alle porte le farà guadagnare ulteriore forza. Evidentemente questo non si sposa con una guerra nucleare: una guerra nucleare per definizione non può che durare pochi giorni, dopo i quali si estinguerebbe se non la razza umana quanto meno la sua attuale civiltà. Al contrario, la leva del gas è efficace se prova a prolungare l’attuale situazione per tutto l’inverno, nella speranza di poter far implodere l’economia europea. Ma perché questo accada occorre innanzitutto fermare la controffensiva ucraina prima che riesca a sfondare, quindi richiamare subito centinaia di migliaia di soldati. 

 

Da queste due riflessioni possiamo dedurre la possibile evoluzione dell’attuale conflitto nei prossimi mesi: la formale dichiarazione di guerra all’Ucraina, quindi la mobilitazione di milioni di soldati per stabilizzare il fronte; contemporaneamente la dichiarazione di boicottaggio di ogni interazione industriale con tutti quegli Stati che sostengono militarmente il regime di Kiev. Gli strateghi russi ancora una volta punteranno sul Generale Inverno, come con le guerre contro Napoleone e Hitler. 

 

Come dovrà agire l’anarchismo rivoluzionario in questo frangente? Come abbiamo dichiarato sin dall’inizio delle ostilità noi siamo nemici di ogni Stato, di ogni governo, contro le loro guerre che mandano a morire e ad ammazzarsi fra loro i proletari per gli interessi dei grandi oligarchi. La nostra azione disfattista deve indirizzarsi in particolare contro il “nostro” Stato, contro il “nostro” governo. Qualunque altro atteggiamento finirebbe inevitabilmente nell’opportunismo. Gli anarchici russi e insieme a loro una fetta ancora minoritaria, ma sempre più determinata e quantitativamente in forte crescita della società russa, sta dando l’esempio con decine di azioni di disfattismo: sabotaggi ferroviari, incendi ai centri di reclutamento, diserzioni e fughe in massa dal Paese. Dobbiamo prendere esempio dal loro coraggio, certo non per attaccare gli interessi russi in Occidente, il che significherebbe dare un aiuto al fronte euro-americano, ma opponendoci ai nostri governi, rallentando la loro mobilitazione militare. 

 

D’altro canto, i governi europei e americani hanno delle gravi responsabilità nella situazione in corso. Non solo in termini generali, con l’espansione della NATO che è su tutti il fattore principale che ha creato le premesse per questo disastro, ma anche nel caso specifico dell’Ucraina: sostenendo le forze anti-russe in quel Paese, armando e addestrando i gruppi nazisti locali, integrando l’economia ucraina all’interno di una sfera di neoliberismo selvaggio, tacendo e sostenendo episodi come il linciaggio dei sindacalisti (Odessa, 2014), o l’uccisione di decine di giornalisti e politici di opposizione, opprimendo le popolazioni russofone nell’est. Dal febbraio scorso, sostenendo con armi sempre più potenti, con l’intelligence, con i satelliti, con le sanzioni una delle parti in conflitto. Di fatto quindi trasformando la guerra tra Russia e Ucraina in una guerra mondiale dove l’Ucraina agisce per procura dell’imperialismo occidentale. 

 

Essere internazionalisti in un paese occidentale significa lottare per la sconfitta della NATO. Ci troveremo ad agire in un contesto nel quale l’economia di guerra trasformerà le nostre vite. I governi europei hanno stabilito per il prossimo inverno una “cura dimagrante” nella speranza di far sopravvivere le loro economie allo stop alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia. Tra le misure si parla di una riduzione forzata dei consumi energetici, dell’abbassamento alla sorgente dei volumi di elettricità per tutta la popolazione. Ciò avviene nel contesto di una inflazione ormai fuori controllo. La lotta contro il carovita deve assumere la coscienza di essere una lotta contro la guerra. Stesso discorso per quanto riguarda le lotte locali contro opere come il rigassificatore di Piombino, il Tap o il gasdotto Snam. 

 

Per quanto riguarda l’Italia, la guerra ha già fatto deragliare il governo di Unità Nazionale. Mario Draghi, nominato in questi giorni “statista dell’anno”, ha preferito dimettersi piuttosto che continuare a dover sopportare i mal di pancia sociali e politici che le sue politiche di guerra stavano cominciando a provocare con sempre maggiore insistenza. Ma il nuovo governo uscito dalle urne del 25 settembre non potrà che continuare con quelle politiche. Giorgia Meloni ha passato la campagna elettorale a rassicurare sulla propria fedeltà alla NATO e alle sanzioni. Andato al potere sull’onda del disagio sociale, l’inverno al freddo, il carovita, il nuovo governo della destra ha già la fossa scavata davanti ai piedi dall’economia di guerra: spingiamocelo dentro! 

 

È però evidente che non sarà possibile alcuna alleanza, alcun fronte popolare, con l’opposizione di sinistra. Il solo rimprovero che la sinistra democratica italiana ha saputo opporre in questi mesi alla destra si è incentrato sull’accusa di ambiguità, di amicizie con Putin, di sospetti interessi filorussi che i destri avrebbero intessuto negli anni. In altre parole, l’opposizione del PD sarà totalmente impostata nell’accusa al nuovo governo di non essere abbastanza filoamericano, di non essere abbastanza impegnato nella guerra. Sul tema della guerra un governo del PD oggi rappresenterebbe addirittura un’ipotesi peggiore di un governo di destra. I rivoluzionari potranno dunque contare esclusivamente sulle loro forze, come sempre. Se ad “aiutarci” sarà una condizione oggettiva sempre più drammatica, d’altro canto la mobilitazione militare significa da sempre anche l’intensificazione della repressione sul fronte interno. Il potere in particolare teme gli anarchici, sa che sono la più pericolosa area di opposizione radicale, tanto nelle idee quanto soprattutto nelle pratiche. In questo contesto va letta la repressione feroce di questi ultimi mesi. Per citare il solo caso della decisione di trasferire Alfredo Cospito in regime di 41 bis, questo ci parla, e non solo suggestivamente, della volontà del potere di tappare la bocca agli anarchici. Volontà espressa in questi ultimi mesi con le numerose inchieste che hanno preso di mira e ordinato il sequestro di libri, giornali, siti internet di controinformazione. Ben curioso che mentre ci chiedono sacrifici, ci fanno pagare la benzina due euro al litro, hanno aumentato il costo del gas del 1000%, ci dicono che tutto questo lo dobbiamo sopportare perché dobbiamo fare le sanzioni contro un crudele tiranno che imprigiona gli oppositori politici, eppure in Italia i giornali, i siti, i libri scomodi vengono sequestrati e gli anarchici seppelliti in 41 bis! 

 

Sono queste le contraddizioni che dobbiamo agitare contro i nostri nemici. A questo livello, generale, dello scontro possiamo anche ottenere i risultati parziali. Non c’è tempo da perdere. 

 

Anarchici a Foligno

30 settembre 2022

 

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