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Non bastano le sbarre per rinchiudere l’anarchia. Iniziativa solidale con gli anarchici a processo per Scripta Manent (Genova, 26.09.2020)

Genova, piazza San Lorenzo
Sabato 26 settembre, ore 16.00

Presidio contro la repressione in solidarietà agli anarchici/e arrestati/e per l’operazione Scripta Manent.

NON BASTANO LE SBARRE PER RINCHIUDERE L’ANARCHIA

Si avvia a conclusione, a Torino, il processo d’appello per l’operazione «Scripta Manent». Era il 6 settembre 2016, quando vennero arrestati/e otto anarchici/e con l’accusa di aver costituito o partecipato ad una «associazione sovversiva con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico», accusa di cui nel processo sono imputati circa una ventina di anarchici/e. In particolare le accuse sono di aver realizzato dal 2005 diverse azioni dirette e armate contro le forze dell’ordine (questori, caserme dei carabinieri ed allievi carabinieri, RIS), uomini di Stato (sindaci, ministro degli interni), giornalisti, ditte coinvolte nella ristrutturazione dei CIE ed un direttore di un centro di reclusione per migranti, rivendicate FAI e FAI-FRI (Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale). Inoltre, di aver scritto e redatto pubblicazioni anarchiche, tra cui una storica pubblicazione del movimento, “Croce Nera Anarchica”.

Ad aprile 2019, con la sentenza del processo di primo grado, i compagni Alessandro, Alfredo, Anna, Marco e Nicola sono stati condannati a pene tra i 5 e i 20 anni di reclusione, mentre altri 18 sono stati assolti e due tra questi scarcerati. Nel caso di Alfredo e Nicola, anni di prigionia che si vanno ad aggiungere alla precedente condanna per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi. Un’azione realizzata a Genova il 7 maggio 2012 e rivendicata fieramente in tribunale dai due compagni durante il processo che è seguito al loro arresto avvenuto nel settembre dello stesso anno.

L’inchiesta «Scripta Manent», diretta dal pubblico ministero Roberto Sparagna, cerca di reinterpretare le diverse visioni teoriche nel movimento anarchico, e in maniera strumentale, schematizzarle a fini repressivi in presunte «aree» e relativi «esponenti», differenziando fra anarchici cattivi e pericolosi ed anarchici buoni, tentando di isolare i compagni con lo scopo di poterli seppellire sotto anni di galera e regimi speciali di detenzione.

Tonnellate di cemento su di loro e soprattutto – sperano servi dello Stato, inquisitori e giudici – sulle pratiche di cui sono accusati. Azioni che hanno saputo portare avanti continuità nella lotta e rompere la pacificazione sociale degli ultimi vent’anni, sostenendo senza mezzi termini un conflitto radicale contro il potere, contro lo Stato, le sue istituzioni, le sue carceri e i suoi carcerieri, contro governanti, potenti e padroni che – oggi come ieri – non hanno certo smesso i propri panni e il proprio lavoro: opprimere, sfruttare, dominare, soggiogare, sottomettere, ammazzare in nome dell’ordine, del profitto, della patria, degli interessi di sempre.

Qualcuno ha pagato il genocidio del nucleare, qualcuno ha pagato le incursioni militari e di guerra nei propri territori depredati per le risorse, qualcuno ha pagato la violenza istituzionale dello Stato e della polizia, qualcuno ha pagato la segregazione nei CIE e nelle carceri.

Le pratiche e le metodologie rivoluzionarie che hanno risposto al genocidio del nucleare, alla guerra e al militarismo, alla depredazione delle risorse dei territori, alla violenza istituzionale dello Stato e della polizia, alla segregazione delle carceri e dei lager detti CIE, per cui sono imputati i compagni a Torino sono anche le nostre. Le difendiamo fermamente perché esse, in quanto bagliori di libertà in un mondo di sottomissione, colpiscono i responsabili della nostra condizione di sfruttati, di oppressi, e danno la possibilità di riflettere criticamente e radicalmente sulla natura dell’oppressione stessa, prefigurando il sogno e l’ideale per il quale lottiamo.

Esattamente allo stesso modo, per le stesse ragioni, sentiamo nostra l’azione di cui è accusato Juan, un attacco contro una sede della Lega Nord a Treviso nell’agosto 2018, il cui processo inizierà a Treviso a novembre di quest’anno. Dedichiamo un pensiero di rabbia e affetto per questo compagno che, fino all’arresto avvenuto a maggio 2019, ha saputo sottrarsi per alcuni anni al controllo asfissiante cui siamo sottoposti nell’attuale ordine sociale, che disertando il percorso imposto dal potere, quindi affermando risolutamente la propria determinazione e autonomia individuale, ha saputo intraprendere sentieri non tracciati di libertà.

Ribadiamo che le diversità, la pluralità, i dibattiti e finanche le polemiche sono, da sempre, tra le grandi ricchezze del movimento anarchico e dell’anarchismo in generale. Riaffermiamo che le pratiche di cui sono accusati i nostri compagni sono una viva e insopprimibile espressione della lotta contro l’autorità, una parte integrante delle esperienze e delle lotte del movimento rivoluzionario. Oggi come ieri, solidarizziamo apertamente con gli imputati dell’operazione «Scripta Manent», con Juan, e anche con Flavia, Francesca, Nico, Roberto, Claudio e Carla, prigionieri/e delle ultime operazioni repressive.

In questa giornata salutiamo anche Beppe e Natascia, in carcere da più di un anno, accusati di aver praticato la solidarietà rivoluzionaria con i prigionieri e gli oppressi. A loro va tutto il nostro sostegno, così come a tutti gli/le anarchici/e e i/le rivoluzionari/e imprigionati/e nelle carceri dello Stato in Italia e nel mondo.

Rompere l’isolamento!

Anarchici, anarchiche e solidali

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INIZIATIVE PREVISTE A TORINO E ALESSANDRIA

Ricordiamo alcune altre iniziative che si terranno in questo mese nell’ambito della mobilitazione in solidarietà agli imputati del processo «Scripta Manent» e che animeranno diverse città.

Lunedì 7, martedì 8 e mercoledì 9 settembre: Presenza solidale all’aula bunker del carcere Le Vallette a Torino nei giorni 7-9 settembre, date in cui il pubblico ministero riprenderà la parola, perché in quell’aula verrà decisa la strategia futura delle procure nei riguardi degli anarchici/e.

Giovedì 24 settembre dalle 9:00: Presenza all’aula bunker del carcere Le Vallette a Torino. La presenza solidale si svolgerà sia dentro che fuori l’aula.

Sabato 26 settembre alle ore 11:00: Presenza solidale in piazza Borgo Dora a Torino.

Domenica 27 settembre dalle 15:00: Presidio al carcere «S. Michele» di Alessandria (strada statale per Casale 50/A).

Solidali con gli imputati nel processo «Scripta Manent».

Ostili all’alienazione dei processi in videoconferenza e ai provvedimenti per impedire la presenza solidale in aula. Contro tutte le forme di reclusione. Per non dimenticare le proteste e le rivolte nelle carceri del marzo scorso, represse dallo Stato con 13 morti, pestaggi e trasferimenti di massa.

Per rivendicare che lottare è giusto e necessario.

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Un contributo per l’incontro «Col cuore e con la testa», Grisolia, 23 luglio 2020

Un saluto a tutti i presenti alla discussione.

La proposta dei compagni della Biblioteca dello Spazio Anarchico “Lunanera” di Cosenza di trovarci a discutere qui, assieme, riguardo l’internazionalismo anarchico e, specificatamente, di cominciare a farlo a partire da una angolazione particolare – ovvero il significato e il valore dell’indipendentismo per l’anarchismo, appunto, in un’ottica internazionalista – mi ha trovato entusiasta. Purtroppo, però, a differenza degli altri compagni della redazione del giornale anarchico Vetriolo, non sono potuto esserci in queste giornate. E qui risiedono le ragioni alla base di questo mio contributo, destinato specificatamente a stimolare ulteriormente questa discussione.

Per affrontare quest’oggi la questione dell’internazionalismo si è deciso di farlo a partire da un articolo, “Indipendentismo e anarchismo”, pubblicato nel n. 4 di Vetriolo. Si tratta di un contributo del compagno anarchico sardo Davide Delogu, da poco trasferito nel carcere di Caltagirone, in Sicilia, e sottoposto a continue restrizioni per via del suo animo rivoltoso e mai domo. Spero che il compagno abbia potuto mandare un contributo da leggere durante l’iniziativa, credo sarebbe molto interessante che la discussione si articoli anche e soprattutto a partire da delle sue parole.

Io, piuttosto che affrontare generalmente la questione dell’internazionalismo anarchico, di cui sono certo avrete modo discutere ampiamente (auspico anche a partire da questo contributo scritto), preferisco innanzitutto trarre spunto dall’articolo del compagno, portando l’attenzione sulla questione sarda, sulla lotta per la liberazione nazionale in Sardegna, sul significato che quest’ultima può assumere (o effettivamente ha, ad oggi) per l’anarchismo e gli anarchici, sul senso effettivo di un indipendentismo anarchico. Le mie saranno semplicemente delle riflessioni “in ordine sparso”, dei pensieri che spero potranno risultare utili per una proficua discussione, dato che gli argomenti in questione chiamano ad un serio e chiaro approfondimento critico, per il momento teorico, e ancor più – per il futuro – di ordine teorico-pratico.

Davide, nel suo articolo, ci invita a riflettere su questioni importanti che credo si polarizzino, in primis, attorno alla questione dell’identità, in questo caso l’identità nazionale. Il compagno, ancor prima di ogni possibile considerazione a carattere teorico, ci invita, secondo me giustamente, ad una riflessione sulla nazionalità, sulle lotte di liberazione nazionale e sull’indipendentismo, questioni che – in un certo senso credo del tutto a ragione – ritiene ben poco considerate e affrontate, ad oggi, presso l’anarchismo internazionale. In tal senso il compagno espone una panoramica di alcune lotte per la liberazione nazionale verificatesi negli ultimi decenni in tutto il mondo, mostrando anche come talvolta dei compagni anarchici vi abbiano preso parte, apportando specialmente il proprio contributo in termini pratici. Una consistente parte dell’articolo è proprio dedicata ad elencare delle vicende storiche relative alla partecipazione di alcuni individui e gruppi anarchici nel contesto delle lotte per la liberazione nazionale e dell’indipendentismo, e tramite tale elenco credo il compagno intenda mostrarci le ragioni per cui, da anarchici, dovremmo approcciarci alla questione nazionale e perlomeno supportare la lotta di questi compagni, di queste popolazioni. In sostanza, ci invita a riflettere su come dovrebbe essere del tutto naturale per noi, anarchici e rivoluzionari, prendere parte a tali contesti di lotta, dato che l’anarchismo sarebbe una forza (anche) anti-colonialista.

Criticamente, la questione mi trova di un altro parere. Io credo che non sia possibile fare un ragionamento a carattere generale su quelle che sono o che dovrebbero essere le ragioni per una nostra partecipazione o non-partecipazione a tali lotte. Va da sé che ognuno le ragioni le trova a partire dalle proprie convinzioni individuali. Quindi non credo sia proprio possibile una adesione dell’anarchismo ad una prospettiva generalmente anti-colonialista o indipendentista. Come scritto nell’articolo “Col cuore e con la testa”, pubblicato sempre nel n. 4 di Vetriolo, da «più di cento anni, dopo la prima guerra mondiale e la nascita dei moderni Stati-nazione borghesi, ogni lotta di liberazione nazionale è sempre stata, suo malgrado, strumentalizzata dai nemici dello Stato contro cui si insorgeva», ovvero da Stati e «potenze imperialiste rivali». E questa è certamente una prima importante considerazione da fare, che solleva parecchie problematiche. Una seconda considerazione, secondo me altrettanto fondamentale, si lega al problema del cosiddetto frontismo, e questo è un fattore, per così dire, più di ordine metodologico. Mi sembra palese come contribuire a creare strutture come “fronti per la liberazione nazionale” o “movimenti di liberazione nazionale” (la distinzione tra questi due può essere molto labile), da parte di anarchici, sia una enorme contraddizione in termini e, appunto, un problema di metodo. Entro tali strutture dovremmo, per forza di cose, venire a patti con delle componenti autoritarie del movimento rivoluzionario (ammesso che, almeno alle nostre latitudini, ne esista uno, dato che ora come ora è l’anarchismo l’unica forza concretamente rivoluzionaria), o pure con indirizzi ideologici che (teoricamente) dovremmo disprezzare, se non combattere.

Gli anarchici rivoluzionari hanno da sempre sostenuto l’autonomia sotto ogni aspetto: autonomia individuale, autonomia nell’autodifesa e nella rappresaglia, autonomia nell’organizzarsi (contro e oltre ogni struttura di sintesi, ogni organizzazione accentratrice) – quindi auto-organizzazione della lotta in ogni suo aspetto. In definitiva, tale convinzione è espressione e conseguenza del nostro ritenere fondamentale un principio, diciamo così, di parcellizzazione, contro uno, ad esso contrario, di accentramento. E questa convinzione si riflette, conseguentemente, nel nostro approccio teorico-pratico alla lotta, sia a carattere più locale che in una prospettiva internazionale. In quest’ottica, tenendo ben presente da parte nostra questo ragionamento inerente la parcellizzazione e l’accentramento, la questione è: noi, che cosa ci faremmo entro un fronte per la liberazione nazionale o una struttura organizzativa simile? Per come la vedo, un bel niente. Contribuiremmo, ancora una volta, più o meno consapevolmente, più o meno in balia di determinate illusioni quantitative, ad essere le pedine in mano alle suddette componenti autoritarie, che faranno di tutto per portare la lotta a coincidere con le proprie fittizie ragioni, che sono nemiche di quelle del movimento reale degli sfruttati.

Proprio per questo motivo, laddove si presentano questioni nazionali per noi di serio interesse, quindi portatrici di una determinata radicalità in senso antiautoritario, credo dovremmo ragionare approfonditamente su tali aspetti, tenendo sempre bene a mente il fattore, per noi fondamentale, di una autonomia d’azione totale e di una critica teorico-pratica senza alcuna moderazione o nascondimento. Per fugare ogni dubbio, sottolineo che ciò non significa rigettare in toto la possibilità di un nostro “intervento” in tali contesti, anzi: essere consapevoli che ogni lotta di liberazione nazionale è, come detto nell’articolo “Col cuore e con la testa”, «strumentalizzabile» da forze statali «rivali» o da componenti autoritarie, non significa rinunciare ad ogni nostra possibilità di lotta in un determinato territorio.

Riprendendo il filo di questa mia riflessione a partire dall’articolo di Davide, credo che – in definitiva – lo scopo principale del compagno fosse quello di portare l’attenzione sulla Sardegna, e sulle questioni ad essa inerenti. La panoramica sull’indipendentismo in altre aree del mondo ritengo che possa deviare l’attenzione dal nocciolo della questione, ovvero da una approfondita riflessione sulla questione sarda, siccome, oltre a sussistere enormi differenze tra tali aree del mondo, la Sardegna stessa possiede delle peculiarità uniche e del tutto «inclassificabili», e lo stesso Davide esprime ciò molto meglio di come potrei fare io.

Sulla Sardegna e sulla realtà sociale sarda nel corso degli ultimi secoli potremmo dire molte cose. Vista l’evidente limitatezza di questo mio contributo, vorrei portare l’attenzione su un paio di questioni di vitale importanza per comprendere il significato e la particolari elementi che caratterizzano la guerra sociale in Sardegna.

Come noto, i sardi sono portatori di una cultura millenaria che affonda le proprie radici almeno tra il 3000 e il 1900 a. C. circa. In questo lasso di tempo nell’isola erano presenti tutta una serie di «culture» (cultura di Ozieri, di Arzachena, di Abealzu, di Monte Claro, di Bonnanaro), come amano definirle gli archeologi e gli storici, che hanno poi contribuito a formare l’antica civiltà sarda, quella che oggi definiamo nuragica. Quest’ultima è stata una tra le più progredite civiltà mediterranee dell’epoca. La lingua sarda, una tra le più antiche parlate mediterranee, affonda le proprie radici in questo periodo storico.

Dunque la cultura sarda è di antica origine ed è ancora radicata nella realtà sociale dell’isola, nonostante i tentativi – in corso da secoli – degli stati preunitari, dello Stato italiano e del capitale di estirpare e sopprimere i tratti che rendono una determinata realtà sociale isolana, in particolare quella barbaricina (corrispondente al territorio delle Barbagie, dell’Ogliastra e del Nuorese), inconciliabile con l’attuale ordine politico ed economico. Tante cose sono state dette e scritte, anche ultimamente, sull’operato del potere in Sardegna. Penso in particolare al militarismo. Io vorrei porre l’accento su un aspetto estremamente importante, spesso trascurato: le origini della lingua sarda. Tale problema è di estrema importanza per capire la pervasività dell’operato del capitale e dello Stato. A partire dagli studi condotti da Max Leopold Wagner, uno studioso tedesco che realizzò il più consistente dizionario etimologico (per l’epoca, si recò continuativamente in Sardegna fino agli anni ’50), la lingua sarda è stata descritta come derivante primariamente dal latino. Ora, il problema è certamente complesso; però, senza dover essere linguisti o glottologi, ci vuole poco per capire che tale affermazione è del tutto falsa. La lingua sarda è ben più antica del latino, quest’ultimo ha certamente dato un contributo alla composizione della lingua sarda odierna, nelle sue innumerevoli varianti, ma non ne è all’origine perché il sardo e il latino hanno, in verità, un medesimo substrato di origine sumerico-accadica (cioè di provenienza mesopotamica). Per quanto concerne la lingua sarda, ad esempio, innumerevoli toponimi paiono intraducibili se si impiega come base il latino, mentre facendo riferimento alle parlate sumerico-accadice, o ugaritiche, divengono di facile comprensione. Lo stesso vale per i cognomi, come per migliaia di altre parole.

Senza volermi dilungare oltre in questo aspetto, che ognuno può benissimo approfondire da sé, volevo porre in risalto questo elemento per poter mettere in luce come, praticamente da secoli, i sardi siano oggetto di una costante distruzione della propria identità culturale, fatta anche di valori irriducibilmente nemici a quelli propri dello Stato (in quanto nella realtà barbaricina, ad esempio, come noto, è sempre stato posto in discussione il monopolio statale della violenza affermando la necessità della vendetta e dell’autodifesa). Per quanto riguarda la lingua sarda, è evidente come tale processo sia stato volto alla “spoliazione” (cioè, soppressione) di una determinata identità in base alle esigenze del capitale. Per cui è stato necessario, nell’ambito di questo processo, definire il sardo come una lingua d’accatto. Dunque, in sostanza, la resistenza dei rivoltosi sardi nei secoli è stata ed è una reazione all’aggressione del potere contro la cultura e le comunità sarde, poiché queste ultime erano incompatibili e inconciliabili con le esigenze del potere stesso.

Prima di salutarvi, vorrei tornare sulla questione dell’indipendentismo e della lotta per la liberazione nazionale. Io, a differenza di alcuni compagni sardi, credo che non abbia alcun significato improntare, in Sardegna, un principio di lotta di liberazione nazionale, perfino una che abbia le caratteristiche più libertarie possibili. Oltre ai problemi di ordine pratico, teorico e metodologico su cui mi sono soffermato sempre in questo contributo, occorre dire che è la stessa realtà sociale sarda ad aver sorpassato – coi fatti – la necessità di una lotta improntata in una simile maniera. Ciò è intuibile, innanzitutto, a partire dal fatto che in Sardegna, a differenza di altri territori (pensiamo, ad esempio, alla Corsica), non si è mai sviluppato un vero e proprio movimento di liberazione nazionale. Perché? Io credo che ciò sia accaduto e accada tutt’oggi perché – anche storicamente – gli sfruttati in Sardegna non hanno mai espresso una necessità organizzativa di questo tipo. Paradossalmente sono i compagni, i nostri compagni anarchici che sostengono la necessità dell’indipendentismo anarchico, a voler leggere la necessità di ciò.

Qui, come intuibile, torniamo al ragionamento accennato precedentemente: il principio accentratore. La lotta dei rivoltosi sardi, dei proletari, dei refrattari che (per fare un esempio) incendiano i veicoli delle forze dell’ordine, come anche quella messa in atto dai pastori nel 2019 (rispetto a quest’ultima faccio riferimento alle sue esperienze più radicali), non si esprime accentrandosi in strutture più o meno di massa, men che meno in fronti di liberazione nazionale, o in organizzazioni simili. Essa è, soprattutto, un conflitto in ordine sparso. E per noi anarchici, quale migliore indicazione da cui partire a riflettere, ad agire? E allora, a che cosa servirebbe organizzarci in strutture come quelle espresse dalle lotte di liberazione nazionale storicamente intese?

 

F.

Una riflessione a più voci sulle fonti storiche dell’anarchismo: le azioni, i fatti. Dialogando con Gino Vatteroni (Bollettino n.3) PARTE 2

Una discussione sul libro “Dalle Apuane alle Green Mountains: anarchismo e anarchici tra Carrara ed il Vermont (1888 – 1919)”

 

Iniziamo questa discussione parlando dell’importanza delle fonti nel tuo lavoro.

Gino

Le fonti più significative, in un certo senso, sono state la causa del ritardo del lavoro, per come faccio anche presente nei ringraziamenti dell’autore. Avrei potuto completare la ricerca molto prima se avessi avuto la possibilità e la voglia, di andare direttamente a Roma, invece, ho quasi intenzionalmente aspettato venti anni affinché aprissero il fondo degli anarchici relativo al periodo fascista, conservato presso l’archivio di Massa. La consultazione di questo fondo, in realtà non era preclusa a tutti, alcuni professori universitari ed anche storici locali di un certo peso politico lo avevano consultato prima di me. Ad ogni modo, sempre come dico nei ringraziamenti, infine alla Farnesina a Roma poi ci sono stato trovando anche qualche documentazione interessante che poi va integrata con quella di parte anarchica, ossia i manifesti e soprattutto, i periodici quali “L’Aurora”, “La Questione Sociale”, “Cronaca Sovversiva” più altri periodici coevi stampati in Italia. Essendo un libro di storia le fonti sono trattate quasi tutte anche se come sappiamo vanno prese con le pinze, infatti non si può portare avanti una ricerca che sia totalmente aderente alle fonti scritte da altri, sia che siano state redatte dalla polizia sia che siano di parte anarchica, altrimenti si finirà per fare libri come quello di Roberto Gremmo “Bombe, soldi e anarchia”1 nel quale l’autore sostiene che Berneri sarebbe stato uccido dagli anarchici stessi non dai comunisti perché, in pratica, Gremmo ha preso i documenti dell’OVRA e li ha riproposti senza sottoporli alle dovute interpretazioni critiche. Ho da poco saputo che è uscito un anno fa un libro simile: “Il caso Berneri” di Saverio Werther Pechar che ripropone la tesi di Berneri ucciso da anarchici per questioni interne, cioè questioni di soldi e che ci sono stati storici che lo hanno presentato e, purtroppo alcuni ambienti anarchici come la famosa libreria “Anomalia” hanno organizzato incontri con l’autore di questo libro che ripropone in maniera asettica i documenti.

Ci sono filoni narrativi che durante le presentazioni emergono di più?

Gino

Le presentazioni non sono mai state una uguale all’altra, ogni volta emerge una questione diversa, anche questa sera ne è emersa una, io comunque presento sempre quella dell’organizzazione informale del movimento anarchico di lingua italiana, il suo carattere transnazionale e il suo carattere organizzativo informale, basato su relazioni interpersonali , la fiducia, la solidarietà. Questo è ciò che ripropongo sempre perché ritengo sia uno dei temi che può essere ricollegato all’attualità.

I meccanismi di propaganda degli anarchici del Vermont sono paragonabili a quello che accade oggi in Italia?

Gino

Si ci sono forme di convivialità tese a ricreare una rete di rapporti di comunità e solidali, in fondo questa modalità fra gli anarchici c’è sempre stata e ci sarà sempre, forse si sono modificati gli obiettivi; oggi si fanno soprattutto i benefit per i compagni in carcere, all’epoca c’era anche questo aspetto ma c’era il finanziamento anche di altri tipi di propaganda come i giornali. Probabilmente il fatto che oggi vi siano tanti benefit è perché siamo in fase difensiva ed i benefit, sostenendo i compagni in prigione, servono a contrastare la repressione.

Come si sono evoluti i rapporti fra Carrara ed il Vermont ?

Gino

Lo sviluppo dei rapporti si basa sulla catena di emigrazione, fondata sul lavoro e su affinità lavorative del comprensorio carrarese ed il Vermont. Nel corso degli anni i contatti si sono mantenuti saldi; il libro parla di fine ‘800 inizi ‘900 che è il periodo di maggior migrazione, sia italiana che apuana. verso gli Stati Uniti. I rapporti fra Carrara ed il Vermont sono stati abbastanza saldi fino al 1910 poi, dal momento in cui la redazione di “Cronaca Sovversiva” viene spostata nel Massachusetts, iniziano a sfilacciarsi un po’ i rapporti. Il colpo finale, soprattutto nel Vermont, ci sarà con la repressione a partire dal ’17 fino agli anni ’20. Addirittura c’è uno storico americano Rudolph Vecoli che, negli anni ’70, cercò di condurre una ricerca su “Cronaca Sovversiva” a Barre nel Vermont; egli si recò proprio in quella cittadina a ricercare qualche parente degli anarchici del passato. Lo storico racconta di aver trovato una omertà assoluta, una grande paura di parlare di quel periodo, molti negavano di essere parenti di anarchici perché la repressione fu talmente forte che ormai negli anni settanta si era persa la memoria di questa storia, di questa comunità di “Cronaca Sovversiva”.

In relazione al presente , è possibile mantenere la chiarezza di alcuni di questi comunicati degli anarchici del Vermont, si può ottenere una uguale semplicità, chiarezza?

Gino

La comunità che si era formata attorno al giornale, cioè la comunità anarchica era così radicata e forte da potersi contrapporre al quella capitalistica, c’era la volontà di attaccare direttamente e uno di questi modo era la messa alla gogna. Esisteva un senso di comunità molto simile a quello presente nei villaggi dove era antica tradizione denigrare il nemico. Siamo, quindi, di fronte ad usanze relative alle culture popolari poiché anche l’anarchismo ha radici nei temi popolari. Su “Cronaca Sovversiva” dopo questi articoli in cui si esponevano con chiarezza le malefatte dei padroni, c’era anche l’articolo di risposta del padrone stesso che, magari, voleva sapere chi era l’autore dell’articolo e intendeva smentire le accuse mossegli, ovviamente “Cronaca Sovversiva” rispondeva a sua volta, così si creava un vivace dibattito. Questi episodi provano che “Cronaca Sovversiva” era molto letta anche dalla controparte, da questo punto di vista tale metodologia attualmente si è un po’ persa forse perché non sappiamo dare un nome e cognome a nostro nemico mentre in passato era più facile identificare il nemico. Per quanto riguarda lo stile semplice e diretto dei periodici presi in esame, forse ciò derivava proprio dalla composizione sociale dell’epoca del movimento anarchico che era composto da lavoratori, artigiani che avevano a che fare, ogni giorno, con alcune questioni e riuscivano, pertanto, a scrivere con cognizione di causa direttamente, senza doversi immedesimare in cose che magari erano un poco lontane, probabilmente per questo riuscivano a scrivere in modo diretto e semplice.

Parliamo dunque di anti-organizzatori e organizzatori: la permanenza della matrice classista nelle due posizioni e un riferimento all’iniziativa rivoluzionaria

Gino

Il fatto della matrice classista dell’anarchismo è connaturata naturalmente ad esso perché la maggior parte dei componenti di tali gruppi e queste individualità erano fatte di operai, il movimento anarchico di lingua italiana era composto da operai, artigiani, contadini, certamente erano presenti anche gli intellettuali: pubblicisti, giornalisti tipografi ma anche loro erano ben dentro al movimento classista, si tratta dunque di una componente che io credo sia anche attuale al di là delle stratificazioni sociali attuale, infatti ma bene o male tale aspetto è rimasto ancora vivo. Lo scopo sia degli organizzatori che degli antiorganizzatori dell’epoca oggetto di studio era uno solo, cioè l’insurrezione, ovvero la rivoluzione sociale sia in Italia che all’estero. Non c’era questa grossa differenza, dunque, fra i due gruppi; magari differivano nelle metodologie, nel modo di approcciarsi a questo fine, l’intento era però comune, quindi c’era una certa umiltà, cosa che forse un po’ si è persa. Può darsi che oggi ci sia una componente più “culturalista” da un certo punto di vista, nel movimento anarchico.

Qual è l’importanza della biografia nell’opera?

Gino

E’ stato un modo di far emergere gente che poi nella storia non ha mai avuto nome come gli operai che nei libri di storia non hanno mai avuto voce, per questo ho trovato interessante mettere le biografie personali, proprio per mostrare che il movimento anarchico si fondava si sulle figure note quali Malatesta, Gori ma le sue radici erano composte da operai oscuri che sono stati la colonna portante del movimento anarchico e lo sono tutt’ora.

Michele della casa editrice “Monte Bove”

A me viene in mente di fare un parallelismo con l’altro libro “I Giustizieri”2, che ha con questo ultimo libro uno speciale rapporto dialettico: i due lavori sono l’opposto e allo stesso tempo, il complemento, infatti ne “I Giustizieri” oltre a una prima parte introduttiva e storiografica vi è una seconda parte in cui sono presenti le biografie di singoli personaggi. In quest’ultima opera abbiamo l’opposto come abbiamo scritto, ossia troviamo i mille nomi degli operai, si tratta quindi di una storia corale, collettiva. In definitiva questa opposizione è complementare perché anche la voglia di vendetta del singolo che decide di alzare la mano contro i potenti, perché non ne può più delle ingiustizie, nasce da una coralità di resistenza, di contrattacco di classe. Questo è quanto volevo sottolineare come editore dei due testi.

Maria della distro “Malacoda”

Abbiamo come distro “Malacoda” ristampato “Un Fatto”3 – che descrive, racconta il gesto, l’arresto, le dichiarazioni, la condanna a morte e la morte di Gaetano Bresci – proprio grazie alla collaborazione esistente fra noi e il “Goliardo Fiaschi” di Carrara. L’argomento che fra l’altro, viene anche affrontato nelle ultime pagine de “I Giustizieri”. Si è trattato di una bella esperienza che ci ha fatto piacere affrontare.

1, Gremmo Roberto, Bombe, soldi e anarchia . L’”affare Berneri” e la tragedia dei libertari italiani nella guerra di Spagna, Storia Ribelle, Bilella, 2008

2, Vatteroni Gino, I Giustizieri. Propaganda col fatto e attentati anarchici di fine Ottocento, Edizioni Montebove, Sant’Anatolia di Narco (Pg), 2018

3, 29 liuglio 1900. Un Fatto, Malacoda, Sant’Anatolia di Narco (Pg), 2019

 

Una riflessione a più voci sulle fonti storiche dell’anarchismo: le azioni, i fatti. Dialogando con Gino Vatteroni (Bollettino n.2) PARTE 1

Presentazione del libro “I Giustizieri. Propaganda del fatto e attentati anarchici di fine Ottocento” di Gino Vatteroni.

Alcune riflessioni dialogando con l’autore.

Il 16 febbraio 2019 presso lo spazio anarchico Lunanera, è stato presentato il libro di Gino Vatteroni, i Giustizieri.

Il lavoro, è doveroso ricordarlo, nasce alcuni anni fa e doveva avere una forma narrativa, ecco perché è privo di apparati critici, tuttavia è stato solo ora grazie alle Edizioni Monte Bove, in particolare nella persona di Michele Fabiani, che questo libro è stato finalmente, dato alle stampe.

L’opera si sofferma su quanto accadde in particolare negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, quando si susseguivano, tentativi di insurrezione, azioni di massa o individuali ma si era, in generale, in uno stato di rivolta permanente. All’interno di questo panorama vanno dunque a collocarsi le figure dei giustizieri , ossia “attentatori che, con i loro gesti estremi e senza compromessi, rappresentarono e incarnarono la figura del giustiziere e del vendicatore dei continui soprusi e delle immani sofferenze patite dagli sfruttati e dai diseredati della terra”. Uno degli obiettivi è, certamente, quello di sfatare miti su figure iconiche, delle quali a volte poco si conosce la vicenda; tuttavia se è vero che vengono tratteggiate queste figure che si muovevano con atto individuale, si vuole evidenziare come sia errato credere che questi giustizieri agissero alla cieca. Essi effettuavano riflessioni e percorsi muovendosi in quella che è la dimensione di una comunità immaginata, ossia una comunità dove i comuni intenti e linguaggi permettono di agire insieme anche senza conoscersi o parlarsi.

Oggi si tende a mitizzare il passato, si tende anche ad effettuare una selezione fra buoni e cattivi, di contro si crede che in passato non esistessero delle divisioni, in realtà non è affatto così, la visione idillica di un passato unitario è una pia illusione.

Ad esempio, dopo l’attentato di Bresci molti gruppi anarchici, per non parlare dei socialisti, si affrettarono ad effettuare delle sorprendenti dichiarazioni, è il caso di un gruppo di anarchici di Roma i quali affermarono in apposito comunicato “che ripudiano con sdegno la prevedibile e codarda insinuazione tendente ad accusare il loro partito come quello che può eccitare a simili fatti (…) rifiutano ogni e qualunque solidarietà coll’ idividuo che ha compiuto l’uccisione” ma anche alcuni giornali di Ancona e Messina prendevano le distanze dall’attentato. Quindi, anche in passato esistevano diverse e disparate posizioni circa la propaganda tramite il fatto.

Che soluzioni trovare? Certamente non lasciamo a giudici ed accademici la ricosruzione della nostra storia. La storia ricostruiamola noi, con fonti di diversa natura, ponendoci in tal caso il problema di quali fonti usare: quelle giudiziarie, ma occorre essere consapevoli che è necessario ben decifrarle; quelle del movimento ma in tal caso ci si chiederà se è opportuno o meno divulgare talune informazioni. Alla base di questa opera vi è la consapevolezza che non esiste una storia oggettiva, le fonti parlano anche in base a chi le interroga. Leggendo questo libro sugli anarchici, scritto da anarchici, si comprende meglio quella che era la comunità immaginata proprio dagli anarchici e, si comprende meglio, la dimensione della propaganda col fatto.

I tempi che corrono e le ragioni della nostra lotta (Tratto dal Bollettino n.4, maggio 2020)

La situazione di cosiddetta «sospensione» che abbiamo attraversato negli ultimi mesi, e che tutt’oggi perdura, ha messo in luce parecchi aspetti di questo mondo in putrefazione e ne ha fatti eclissare altri. Si tratta di una situazione di «sospensione» sotto parecchi punti di vista. Ad esempio, ad essere sospeso, nei fatti, è stato il teatrino della politica, rivelatosi obsoleto, con i suoi riti e le sue formalità, la sua maggioranza democraticamente eletta e i suoi «scontri» partitici. A congelarlo – chissà ancora per quanto, chi può saperlo? – sono stati in gran parte i «tecnici», gli esperti, figure non nuove ma che in questo periodo stanno mostrando sempre più la propria preponderante importanza nel e per il potere. Da tutto ciò è derivata una sorta di «spoliticizzazione» delle forze politiche esistenti. Oggi, molto più di ieri, conta sempre meno quale colore o connotazione politica assumano lo schieramento parlamentare e le istituzioni.

Facciamo attenzione. Questa «sospensione» non è frutto di una «eccezionalità» o indice di un venire meno del ruolo – storico, materiale, fattivo – dello Stato. Piuttosto, come possiamo vedere, a venire meno è stata la presenza degli organismi sovranazionali (che comunque, è bene tenerlo a mente, non sono spariti), non quella dello Stato, che è il primo immediato e concreto elemento di dominazione reale.

Come altre fandonie ideologiche che affondano le radici nel secolo scorso, ad essersi eclissata è l’illusione derivata dalla concezione di un potere ormai «diluito» e diffuso nei rapporti sociali, anzitutto nei rapporti interpersonali; una teorizzazione negli ultimi anni sostenuta, incredibilmente, anche da parecchi anarchici a queste latitudini del mondo. Non mi interessa qui analizzare le origini o lo sviluppo di tale paccottiglia ideologica, questi aspetti potranno essere affrontati in altro spazio, basti dire che tale convinzione era una vera e propria impostura forgiata su una debolissima lettura della realtà sviluppatasi nel tentativo di colmare l’evidente vuoto di prospettive di teorie che ben poco hanno a che fare con l’etica anarchica e con l’anarchismo in generale. Concepire l’esercizio dell’autorità come qualcosa di «diluito» ed etereo è stato ed è un errore. Prima di abbracciare simili convinzioni occorrerebbe accorgersi che chiaramente il capitale ha invaso tutti gli aspetti del (soprav)vivere sociale conducendo ad un complessivo impoverimento di ogni autentico rapporto di vita, ma che in ogni caso le persone, i luoghi e le strutture del potere non sono mai svaniti. Una evidenza talmente «scontata» da essere di una banalità disarmante.

Ecco, determinate letture della realtà sono crollate sotto il peso dell’evento-coronavirus, e a farle venire meno non è stato un imprevisto. In questo senso, credo che il coronavirus (in primis come accadimento sociale) non va a spezzare, ad interrompere, il «flusso» della storia o degli eventi, piuttosto è qualcosa che accelera fenomeni che erano già in corso, confermandone lo svolgimento e dando loro un ulteriore scossone in una direzione già definita. Ad esempio, pensiamo al rafforzamento dello Stato-nazione e alla risorgenza dei nazionalismi, alla cosiddetta crisi della globalizzazione, o alla sempre più pervasiva e capillare presenza di apparecchi, ritrovati e processi tecnologici (senza i quali tutte le attività sostitutive effettuate «a distanza» non sarebbero state possibili). Come si configurerà la gestione sociale all’interno degli stati occidentali? Come si svilupperà ulteriormente il processo tecnologico e scientifico? E la crisi? Quello della «crisi», intesa come crisi economica e finanziaria, tutto sommato è sempre stato un falso problema. Il capitale soffre da sempre di una crisi strutturale e le varie ristrutturazioni messe in campo sono state compiute anche nell’ottica di affrontare tale condizione. Restando su un piano di riflessione che possiamo definire terra-terra, occorre però capire che la crisi economica che (almeno a livello europeo) si sta profilando potrà essere di una significatività tale da incrementare notevolmente il divario tra sfruttati e sfruttatori, o meglio, da renderlo più evidente, accelerando l’esclusione di più ampie porzioni della società, presumibilmente rendendo maggiormente identificabile la natura stessa dello sfruttamento, della repressione e del controllo sociale, con tutto ciò che ne deriva.

Non a caso, difatti, ci sono volute ben poche settimane per rendere manifesta la natura effettiva della democrazia, che oggi può apparire nitidamente per ciò che è sempre stata: un insulso simulacro. La democrazia – anch’essa, esattamente come tutte le altre, prospettiva di dominazione per il controllo e la repressione della vita –, apparentemente messa a portata delle mani di «chiunque», pone il proprio fondamento nella rassicurante illusione dell’impossibilità di godere effettivamente della vita stessa, rendendoci così «tutti uguali».

Come vediamo, anche volendo non c’è alcuno spazio per il catastrofismo. Non bisogna scoraggiarsi davanti a una realtà che impone e propone la propria materialità come fosse un fluire eterno, un fatto ineluttabile, per cui qualsiasi non-accettazione concreta, non mediata dalla desistenza o dall’alternativismo, significa «follia» o essere etichettati come tali. Il connubio teorico-pratico dell’anarchismo, anche e soprattutto davanti a situazioni come questa, non corre ai ripari. Oggi come sempre, l’anarchismo rivoluzionario rivela a tutti gli sfruttati, gli oppressi, gli esclusi, i compagni che il primo aspetto, immediato e tangibile, dell’attività rivoluzionaria consiste nel dare ad ognuno la reale possibilità di poter «realizzare» se stessi, scrollandosi il peso dell’obbedienza, della disciplina, della sottomissione, dell’oppressione qualsiasi forma assuma, svelando la ricchezza di possibilità racchiuse nella propria individualità. È allora che tale ricchezza non può che manifestarsi nelle azioni e nella vita. Nei tempi attuali e in quelli che verranno occorrerà una seria e approfondita riflessione su ciò, intrecciata, contemporaneamente, ad una attiva propaganda anarchica volta ad affermare le ragioni della rivolta e dell’azione individuale come dell’insorgenza collettiva. Contro e oltre ogni dipendenza e rassegnazione.

Ecco, l’evento-coronavirus non è un imprevisto. Sicuramente questa epidemia, con tutto il gravoso carico di conseguenze che ha comportato, può averci colti alla sprovvista, arrivando inaspettatamente quando (ovviamente) non la si attendeva. Le epidemie, come i terremoti o altri cataclismi, non prendono appuntamento con l’umanità, però con una differenza sostanziale: mentre gli accadimenti come i terremoti spesso si presentano veramente in maniera inaspettata, altri fenomeni vanno ad inserirsi e a crescere in una realtà sociale, «aggredendo» un corpo che, quando non presenta già estesi sintomi, può pure essere letteralmente in putrefazione. Siccome la realtà sociale della contemporaneità è quella della cosiddetta globalizzazione, ad essere coinvolto in questa epidemia, seppure in varie misure e con intensità differenti, è stato l’intero mondo globalizzato, che prima o poi avrebbe potuto essere «scosso» da un simile evento. La natura delle cose di per se stessa non concepisce catastrofi, semmai sono gli stati e il capitale, con il loro coacervo di apparati, istituzioni e derivati – come l’industrializzazione e l’urbanistica –, a predisporre le condizioni ambientali e sociali proficue affinché eventi come una epidemia abbiano le conseguenze che possono avere.

Come noto, tra le ipotesi più accreditate ricondotte all’origine dell’epidemia, è stata menzionata la condizione di ultra-sviluppo industriale e mercantile caratterizzante certi territori della Cina dove enormi masse di persone, di sfruttati, con stili di vita ancora agresti convivono e forzatamente sopravvivono all’interno di aree urbane e metropolitane densamente popolate, in terribili condizioni di sovraffollamento. Questo contesto, unitamente all’allevamento (intensivo o meno), all’alimentazione, alle condizioni ecologiche di certe aree del mondo e ad altri fattori sconosciuti o comunque poco noti, hanno conferito al virus delle concrete possibilità di sviluppo e migrazione. Credo che questa ipotesi sia veritiera. Precisando, però, che i primi che sicuramente hanno contribuito a condurre il virus nelle altre parti del mondo globalizzato non sono state le masse di contadini e di manovali, o gli impiegati cinesi, bensì gli imprenditori, gli affaristi. Magari gli stessi che negli ultimi mesi, da marzo in poi, hanno invocato a gran voce il ritorno alla «normalità» per una popolazione che desiderano azzittita e disponibile al lavoro. Così, ad esempio, per restare alle nostre latitudini, presumibilmente questi piccoli e grandi imprenditori (o chi per loro) sarebbero atterrati all’aeroporto di Orio al Serio, alla periferia di Bergamo, o in altri del nord Italia e da lì il virus avrebbe proseguito il proprio percorso. La Lombardia, assieme ad altre località più o meno limitrofe situate in Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, quindi tra le aree geografiche più inquinate e densamente popolate in Europa, sono state tra le prime aree geografiche pienamente coinvolte nella propagazione del virus. Non a caso, una crescente presenza di «anomale» problematiche polmonari e respiratorie era stata riscontrata in provincia di Bergamo già negli ultimi mesi del 2019 (almeno a dicembre, se non prima), un periodo antecedente di molto l’istituzione della prima «zona rossa» in una porzione della provincia di Lodi e in un comune in Veneto con la conseguente militarizzazione dei suddetti territori.

A livello mediatico è stata data grande rilevanza alla situazione verificatasi Bergamo e nella sua provincia, inizialmente in alcuni paesi della bassa Val Seriana (il cui fondovalle sostanzialmente è una conurbazione della città). Da alcuni mesi a questa parte la realtà di questo territorio è stata quella di una forte presenza repressiva volta ad imporre un capillare controllo e disciplinamento sociale. Sotto questo punto di vista, tra gli aspetti più evidenti basti pensare ai folti posti di blocco e agli innumerevoli controlli effettuati tra marzo e maggio praticamente dovunque e specialmente nelle aree urbane poste nel circondario della città orobica. Contemporaneamente, sempre a livello locale, il coro praticamente unanime dei media ha condotto una «martellante» opera di invito all’obbedienza ai vari decreti governativi che si sono susseguiti, «invitando» a sopportare ogni infame sopruso da parte delle forze repressive, dei padroni, degli industriali, dei politici, dei «tecnici», delle istituzioni. Ogni aspetto dell’umana esistenza è stato costantemente ricondotto alla dipendenza, pressoché totale, dallo Stato, dalle sue istituzioni, dal capitale, dall’economia.

Io credo che, ancora una volta, non dobbiamo leggere questo scenario – che per questi aspetti è stato decisamente più «intenso» rispetto al resto della penisola, almeno credo – come fosse una sorta di sperimentazione «in vitro» di uno scenario che si potrebbe definire «orwelliano», una sperimentazione di ciò che verrà, di tutta una serie di «disposizioni» e «applicazioni» volte all’amministrazione e al controllo sociale (che comunque fanno parte dell’armamentario «gestionale» dello Stato da parecchio tempo). E’ assai probabile che parecchie normative (e consuetudini) introdotte in questo periodo sussisteranno ancora, e che – soprattutto – tale situazione sia stata d’«ispirazione», specialmente per quanto riguarda la messa in pratica e la giusta definizione di determinate strutture e apparecchiature tecnologiche già da tempo disponibili. In questo senso, direi che parliamo di un futuro – quello iper-tecnologizzato – che è già presente. Però, appunto, partendo da queste constatazioni non possiamo incappare nella suggestione di vedere la cosiddetta sperimentazione «in vitro» di uno scenario «orwelliano» o «distopico», come più volte è stato detto e avanzato anche presso il movimento anarchico. La realtà del controllo sociale, lungi da essere totalizzante, presenta ancora estese falle, in parte «insanabili» (poiché non risolvibili né in breve né in lungo periodo).

La natura di tale situazione sociale, in provincia di Bergamo come negli altri luoghi fortemente coinvolti nell’epidemia, credo sia derivata primariamente dalla necessità di dare una netta «risposta» in termini di «tutela» ad una ampia fascia di popolazione letteralmente in preda al terrore di essere contagiata e pressoché priva di una autonoma capacità di giudizio riguardo la situazione. In secondo luogo, è stata sicuramente dovuta all’intenzione di mantenere ben «salda» e priva di un benché minimo barlume critico l’intera popolazione di un territorio che è letteralmente uno dei maggiori «motori produttivi» d’Italia (quante volte abbiamo sentito dire che «tutto andrà bene» o che «siamo tutti sulla stessa barca»?), facendo il possibile per evitare che emergessero dei conflitti concreti, non simulati o fittizi, come invece sono quelli del cosiddetto movimento antagonista già da tempo (e da oggi ancor di più) destinato ad estinguersi nelle forme con cui l’abbiamo conosciuto, visto il sempre minore spazio esistente per la mediazione, le compromissioni e il riformismo.

Allo stesso tempo, però, credo dovremmo fare attenzione a non cadere in una ulteriore suggestione: pensare che le istituzioni (come regioni e province), i vari comitati «tecnici» deputati alla gestione della situazione, e in generale tutte le strutture del potere, si siano mosse fin da subito come un blocco monolitico e compatto, con decisioni e parole d’ordine univoche. Questa discrepanza l’abbiamo potuta osservare al meglio nei mesi di febbraio e marzo dove una miriade di aspetti relativi alla locale amministrazione sono stati lasciati allo sbaraglio tra una direttiva e l’altra. Osannare gli «eroi» della sanità lombarda è stato uno scontato tentativo (ben riuscito, ovviamente) di distrarre l’occhio del benpensante dalla concretezza della situazione.

Questa compattezza, o monoliticità, non l’abbiamo vista nemmeno nel periodo che è seguito, quando, sempre a livello locale, è emersa una contrapposizione tra Confindustria e alcuni consistenti «pezzi» delle istituzioni. Da una parte gli interessi dei grossi imprenditori, degli industriali, degli affaristi che hanno letteralmente fanno di tutto pur di mantenere aperte le aziende e dall’altra la volontà, constatabile presso ampi settori delle istituzioni, di rimandare ancora, il più possibile, l’agognata e allo stesso tempo temuta «riapertura». Intendiamoci, non che tutte le aziende in questo periodo siano state chiuse, anzi, una buona parte hanno continuato ad essere aperte e funzionanti, magari solo determinati reparti o settori specifici, pur non rientrando tra quelle di primaria necessità emergenziale (a fine marzo erano aperte il 39% delle imprese lombarde, mentre per la sola provincia di Bergamo il 35% circa, ossia 1851 imprese). Come noto ciò è stato compiuto anche attraverso i «giochetti» dei codici Ateco, ovvero la «corsa» fatta dai padroni e da Confindustria affinché più aziende, stabilimenti e imprese possibili restassero aperte. I grandi stabilimenti esistenti sul territorio sono rimasti in varie misure tutti aperti. Come risaputo e più volte sottolineato, mentre si invocava a gran voce il sacrificio, milioni di persone in tutta Italia continuavano a lavorare. Ovviamente, non che ci sia da stupirsi a riguardo: le merci devono circolare e padroni e politici non hanno mai avuto e mai avranno alcun concreto interesse per la «tutela della vita umana», dato che ciò che tutelano sono esclusivamente i propri profitti e i propri interessi di classe.

In sostanza, a grandi linee questa situazione che cosa ha detto? In primis che in contesti «emergenziali» come questo emergono in seno al potere delle contraddizioni, magari minimali ma comunque presenti, e da ciò si deduce che la piena compattezza d’intenti che talvolta volte tendiamo a osservare in verità non esiste. Anche solo a livello locale, meramente amministrativo, si esplicitano varie «tensioni» e spinte contrastanti. Questo aspetto è più volte emerso nei media e nelle dichiarazioni «di facciata» dei vari politici, portati a dire letteralmente tutto e il contrario di tutto; proprio come dalla retorica del «Bergamo non si ferma» (come se un virus si fermasse al confine tra una provincia e un’altra), per cui nulla avrebbe dovuto turbare l’operosità dei bergamaschi, sono passati repentinamente a quella del «Bèrghem mola mia» («non mollare»), quindi l’allarmistica invocazione della più totale segregazione domiciliare. In secondo luogo, questa situazione ci dice che la concretezza della dominazione «materiale» e di uno Stato sempre vigile a sua difesa è più che mai presente, alla faccia della pretesa prevalenza della dominazione, per così dire, più «esistenziale». Non che questi due aspetti siano in antitesi, anzi, sono intrecciati e inestricabili, per come la vedo.

Ancora, come detto al principio di questo articolo, tante sovrastrutture e fandonie ideologiche hanno mostrato la propria inconsistenza davanti alla situazione generatasi negli ultimi mesi. Non c’è più molto spazio per certe suggestioni.

Oggi è ancora più visibile la stretta interazione tra religione, ideologia e scienza. Una buona parte delle religioni ripongono uno dei propri fondamenti nella convinzione che il corpo è infetto o malato, facendo derivare da ciò la necessità di una cura netta e risolutiva: il sacrificio di ciò che è ritenuto causa della malattia, ovvero la vita. Da qui in poi la grande «rivelazione» (cioè imposizione) è stata quella di vivere permanentemente rivolti contro la vita stessa, nella soppressione continua di sé, avendo in cambio la «salvezza». L’ideologia, fondata su ragioni esterne a noi, si è presentata anch’essa come una cura, talvolta perfino «radicale», alla malattia di cui soffriamo, di volta in volta concepita differentemente. Anch’essa ci dice che il corpo e la nostra vita sono malati, che abbiamo necessità di cure, e in questa prospettiva è emersa come sempre la funzione del sacrificio, il cui ultimo ritrovato si pone nell’apparente volontaria «cogestione» dell’amministrazione-gestione della realtà sociale contemporanea e del bene comune nelle varie forme da essi assunte. Infine, la scienza, che da sempre e oggi ancor di più (nell’odierna articolazione tecno-scientifica) si propone di salvare chiunque e il mondo dalle proprie malattie, pure questa considera il vivere come un male da cui doversi curare e davanti a cui sarebbe disposta a sacrificare – letteralmente – il mondo intero. «L’uomo e tutto il suo sviluppo non sono stati altro che decorsi di una più grande malattia: la soppressione della vita» (Pierleone Porcu).

In tempi di concreta epidemia tutto ciò è ancora più pregnante. Questo virus è figlio di una malattia ben più estesa e profonda. Io, essendo inguaribilmente ottimista, auspico che con la possibile maggiore «chiarezza» portata dall’odierna situazione, si possa giungere in particolar modo presso l’anarchismo a prendere consapevolezza che nell’attività rivoluzionaria anarchica non esistono mezze misure, né compromesso alcuno. In tal senso, però, i miei buoni auspici, come le comode speranze, non servono proprio a nulla. E nemmeno basta «saper cogliere le occasioni», un approccio non dissimile dal constatare una implicita e ineluttabile predeterminazione degli eventi cui tutti possiamo solo adeguarci o rassegnarci. Occorrono la volontà e la determinazione a saper creare e distruggere a partire dalla nostra propria individualità.

Affetti dalla «patologia» del verbalismo e del teoricismo cronici, si concorda che non si vive di sole chiacchiere e contemporaneamente si prosegue a sopravvivere di miserevoli e bugiarde promesse. Ad esempio, davanti al radicale emergere della rivolta, come accaduto all’inizio del mese di marzo con le rivolte che hanno attraversato alcune carceri, e davanti al massacro e all’uccisione dei detenuti operato dall’istituzione carceraria e dalle forze repressive, a che serve «opporre» tristi manifestazioni di democratico dissenso come sbattere pentole e gridare slogan dal balcone di casa? O rassegnarsi a svolgere presidi «complici e solidali» sotto le carceri? Quindi, a che serve affermare che il sistema carcerario deve andare in fiamme se al contempo si fanno proprie le richieste di amnistia e di indulto che invece, anche solo per una elementare questione metodologica, non ci dovrebbero appartenere? Tutto questo è estremamente dannoso per la causa rivoluzionaria anarchica che diciamo di sostenere. Per risolvere tali questioni non ci sono ricette pronte all’uso, semplicemente credo che l’attività rivoluzionaria vada intesa come un processo in divenire che non si adegua agli statici e accomodanti modelli che ciascuno può figurarsi nella propria mente, un processo avente molteplici scopi, tra cui la crescita di una propaganda rivoluzionaria anarchica con le parole e con i fatti, la radicalizzazione dei conflitti sociali odierni, l’arricchimento delle capacità di ognuno in senso propositivo e significativo.

Senza dilungarmi oltre, dato che gli argomenti fino a qui abbozzati sono tanti e sicuramente chiamano ad un approfondimento critico, con queste ultime riflessioni ho inteso ricordare che l’anarchismo non è un movimento d’opinione. Esso affonda le proprie ragioni soprattutto negli strumenti e nella metodologia rivoluzionaria anarchica, e fa affidamento unicamente su questi. Ieri come oggi, le ragioni della nostra lotta sono quelle della nostra vita.

f. r. s.

maggio 2020

Risposta ad “Alcune considerazioni sul libro Anarchici ed Anarchia in Calabria”. Lettera di Antonio Orlando ad “Alcuni anarchici calabresi”

Pubblichiamo la risposta di Antonio Orlando, autore del libro “Anarchici e anarchia in Calabria”, alle nostre considerazioni uscite sul Bollettino n.1 della Biblioteca dello Spazio Anarchico Lunanera.

 

 

Gentili amici,

con colpevole ritardo (attribuibile, peraltro, esclusivamente a me) sono venuto a conoscenza della recensione che avete dedicato al mio libro “Anarchici e anarchia in Calabria”. Certo non si può dire si tratti di una presentazione “favorevole” e tuttavia, in ogni caso, è meglio un aperto dissenso che il silenzio o, peggio ancora, l’indifferenza. Non entro nel merito delle critiche mosse al mio libro, frutto di un lavoro che conduco da quasi trent’anni e che per una parte riguarda anche la storia dei movimenti anarchici nella nostra regione e quella della c.d. “emigrazione sovversiva”, cioè tutti quei ribelli emigrati all’estero per sfuggire alle persecuzioni poliziesche e per tentare anche di migliorare le proprie condizioni di vita, poiché ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero e le proprie valutazioni. Non mi pare il caso di polemizzare e mi auguro solo, che una volta o l’altra, avremo occasione di discuterne di persona.

Vorrei invece far presente quali sono, da sempre, le direttrici della mia ricerca storica e, in particolare, evidenziare quelle che riguardano specificatamente la ricostruzione storica dell’anarchismo.

Premetto che non sono anarchico (nell’Introduzione ho tracciato sommariamente il mio percorso politico) e quindi non condivido a pieno l’ideologia (lo so, è una brutta parola) libertaria, tuttavia non mi sono mai posto né in termini di contrapposizione preconcetta né di passiva condiscendenza piuttosto ho cercato di essere “un compagno di strada”, uno di quelli che, nel ripercorrere all’indietro il lungo cammino dei movimenti popolari e di opposizione, si sforza di capire le ragioni degli altri, del loro agire e delle loro scelte.

La mia idea di anarchia oscilla tra queste due definizioni: “un’idea esagerata di libertà” e “una forma di disperazione creativa” (ovviamente le definizioni non sono mie) e lungo queste linee mi sono mosso nelle mie ricerche. La tensione per l’affermazione della propria libertà e la creatività che da essa scaturisce sono tratti che hanno caratterizzato e caratterizzano l’evoluzione del movimento anarchico ed è questo che ho cercato di cogliere nei protagonisti delle mie “storie”.

La storia dell’anarchia non può essere separata dalla Storia, essa ne è parte integrante, l’attraversa per oltre due secoli, s’intreccia con le vicende del proletariato, permea di se la storia dei partiti, dei sindacati e di tutti i movimenti di opposizione. Pensare, quindi, di poterne trattare in maniera separata e distinta porterebbe inevitabilmente ad una atrofizzazione delle vicende dei movimenti anarchici che appariranno, a seconda del taglio che viene dato, racconti gialli o d’avventura o storie di criminali o di folli avventurieri o di tipi strampalati ed eccentrici o nel più benevolo dei casi, storie di sognatori e di utopisti.

La mia attività s’inserisce lungo un filone di studi sui movimenti anarchici che da angolazioni diverse, ha cominciato a tracciare un quadro della storia dell’anarchia al di fuori degli stereotipi e dei pregiudizi fissati da una certa tradizione storiografica, compresa quella comunista, non certo esente da colpe e responsabilità.

La Rivista Storica dell’Anarchia, edita dal 1994 da un gruppo di studiosi e docenti di Storia contemporanea legati al movimento anarchico, ha rappresentato il mio riferimento poiché ho sempre concordato sul punto che la storia dell’anarchismo non può essere oggetto di studio fine a se stesso ma, senza preconcetti ideologici deve essere coerentemente inserita – ripeto – nella più vasta storia della società, dei conflitti sociali e dei percorsi di opposizione ai meccanismi di potere.

Per non incorrere in errori riporto un brano, tratto dall’editoriale di presentazione della Rivista (n. 1 del 1994), firmato da Pier Carlo Masini, che riassume bene questa impostazione.

  • La Rivista storica dell’anarchismo (e delle culture libertarie), […] non sarà una rivista celebrativa, o peggio auto celebrativa, un parco della rimembranza, ma un osservatorio a 360°, nell’ampiezza della collaborazione e delle tematiche, senza apriorismi ideologici, fossero pure quelli dell’anarchismo stesso. Quelle che scriveremo saranno spesso pagine di critica e di rivendicazione – storiografica s’intende – dalla parte dei vinti ed evitando accuratamente il vittimismo tipico e auto consolatorio delle minoranze. […] Non si può fare la storia dell’anarchismo senza fare contestualmente la storia delle sue antitesi, cioè delle archie politiche, economiche, burocratiche, militari, ecclesiastiche, accademiche, mass mediali e delle loro contraddizioni. […] Da qui la necessità di una storiografia globale, attenta all’oggetto specifico della ricerca, ma anche alla società tutta intera in cui quell’oggetto si muove.

Questo mi ha portato ad indagare senza alcun limite se non quello della conoscenza e del rispetto di una “verità storica”, relativa e parziale quanto si vuole, ma frutto di studi approfonditi e documentati all’interno dei quali ogni fonte è stata esaminata adottando ogni accorgimento, per quanto possibile, oggettivo. Le carte di polizia, ambigue e fuorvianti, ho imparato ad esaminarle sempre in controluce mettendole a confronto con la stampa, le testimonianze, le lettere, gli scritti di coloro i quali sono passati nelle carceri o al confino o hanno vissuto in esilio, sorvegliati e perseguitati da spioni e delatori.

Non è facile districarsi in quel ginepraio, generato dalla maniacale tendenza al controllo da parte dello Stato, accentuata poi al massimo dal fascismo, e dentro il quale diventa difficile individuare spie, infiltrati, informatori, delatori e traditori, alcuni di essi pure annidati all’interno dello stesso movimento anarchico. Basta citare, per tutti, il caso Cremonini che così tanti danni ha provocato.

Questa impostazione, aperta e libera, mi ha permesso inoltre di trattare e di parlare di anarchia con chiunque, senza pregiudiziali di sorta accettando il confronto (lo scontro, se volete) anche con settori molto distanti dalle posizioni libertarie, senza farmi strumentalizzare. Alla fine mi sono ritrovato nella scomoda posizione di essere inviso agli uni e agli altri. Agli anarchici perché troppo poco anarchico e ai comunisti in quanto rinnegato e traditore.

Ho cercato di superare quella condizione dell’anarchismo – oggigiorno divenuta tragica – del suo compiacersi della propria marginalità rispetto al suo tempo, nel crogiolarsi nello spazio dell’esclusione e dell’insignificanza politica. Ché, si badi, essere rilevante – afferma Massimo La Torre – politicamente è esserlo nel presente. Ora, questa interpretazione, insieme a quell’altra per cui l’anarchismo è ad un tempo momento estremo del processo di secolarizzazione e nondimeno reazione a questo e così fusione di etica e politica, questo prisma interpretativo è acuto, equilibrato, corretto. Esso però vale solo – e qui, io credo – dice sempre La Torre – Berti è meno sorretto dalla sua abituale sensibilità storico-teorica – per una parte dell’anarchismo, quella romantica, quella che muove da Bakunin e si afferma con la vulgata di Kropotkin e Malatesta.

Quanto poi alla mancanza di analisi sul pensiero anarchico contemporaneo, confesso apertamente i miei limiti. Il mio interesse prevalente (se non esclusivo) è la ricostruzione storica che si ferma agli anni immediatamente seguenti la fine del secondo conflitto mondiale. Per poter analizzare le vicende dei movimenti anarchici successivi occorrono degli strumenti di cui, lo ammetto sinceramente, non sono in possesso. Perciò invece di banalizzare o di correre dietro ai luoghi comuni, preferisco continuare ad occuparmi di un passato sufficientemente remoto o, come dicevano i Latini, “perfetto”.

Vi ringrazio per l’attenzione e, con l’augurio di poterci incontrare, Vi porgo i più

cordiali saluti.

Antonio Orlando

21 agosto 2020

L’idea di Stato tra cittadino e guerra sociale. Giovedì 27 agosto 2020 a Spoleto

Giovedì 27 agosto 2020 a partire dalle ore 17:30, presso il Circolaccio Anarchico a Spoleto, si terrà una discussione dal tema «L’idea di Stato tra cittadino e guerra sociale».

A seguire: Spoleto teknight, serata tekno.

Circolaccio Anarchico, viale della repubblica 1/A, Spoleto (Umbria).

 

https://malacoda.noblogs.org/files/2020/08/Spoleto-27.08.20-DEF.pdf

 

Tradotto in greco il libro/intervista di Franco Di Gioia

Apprendiamo con piacere che è stato tradotto in lingua greca il libro/intervista del nostro compagno Franco Di Gioia “Senza scrupoli, senza pietà contro padroni e governanti” (Edizioni Monte Bove, gennaio 2020) .

Biblioteca Spazio Anarchico “Lunanera” – Cosenza

FRANCO DI GIOIA_ΧΩΡΙΣ ΤΥΨΕΙΣ ΧΩΡΙΣ ΟΙΚΤΟ  

 

“Stramonio”, aperiodico anarchico di critica radicale, 0+3=4 (estate 2020)

E’ stato pubblicato un nuovo numero dell’aperiodico anarchico di critica radicale Stramonio.

Questo numero ospita l’articolo “Il mito dell’immortalità, tra nuove pandemie e transumanesimo”.

 

Parole di Mónica Caballero dal carcere di San Miguel (Cile)

Compagni, amici e familiari:

Ancora una volta vi scrivo da una cella. Sono confinata nella prigione di San Miguel, per 14 giorni rimarrò isolata a causa dei protocolli di prevenzione del contagio da Covis-19, più tardi mi classificheranno e mi porteranno in un modulo specifico.

Sono passati quasi dieci anni dalla prima volta in cui sono entrata in carcere come imputata. Durante questi anni, in un modo o nell’altro la mia vita è sempre stata legata alle carceri; anche se i sistemi di controllo possono cambiare, la loro struttura sostanzialmente resta la stessa, perseguendo sempre punizione e pentimento.

Quasi dieci anni fa, quando sono entrata in carcere, ero pienamente convinta che l’insieme delle idee e delle pratiche antiautoritarie fossero la chiave fondamentale per affrontare il dominio, in tutto questo tempo non c’è stato un solo giorno in cui ho pensato il contrario. Cammino per il carcere a testa alta, orgogliosa del cammino intrapreso.

Solidarietà con tutte le lotte anticapitaliste.
Newen Peñis [«energia ai guerrieri»], prigionieri politici mapuche, sovversivi e rivoltosi imprigionati — nelle strade!

Mónica Andrea Caballero Sepúlveda
Anarchica imprigionata
Luglio 2020

Testi in spagnolo e in inglese: https://325.nostate.net/2020/07/31/chile-palabras-de-monica-caballero-desde-la-carcel-de-san-miguel/

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Palabras de Mónica Caballero desde la cárcel de San Miguel (Chile)

Compañerxs, amigxs y familiares:

Nuevamente les escribo desde una celda. Me encuentro recluida en la cárcel de San Miguel, durante 14 días permaneceré aislada por protocolo de prevención de contagio al COVID-19, posteriormente me clasificarán y me llevarán a un módulo definitivo.

Ya son casi 10 años desde la primera vez que pisé la cárcel como imputada. Durante estos años mi vida de alguna u otra manera, siempre ha estado ligada a las prisiones, si bien los sistemas de control pueden cambiar, pero su estructura esencialmente no, se sigue buscando el castigo y el arrepentimiento.

Hace casi 10 años atrás al entrar a la prisión, estaba plenamente convencida de que el conjunto de ideas y prácticas anti autoritarias son claves fundamentales para enfrentar a la dominación, en todo este tiempo no ha existido ni un solo día en el que piense lo contrario. Piso la prisión con la cabeza alta, orgullosa del camino recorrido.

Solidaridad con todas las luchas anticapitalistas
Newen Peñis, Presos políticos Mapuche
Presos subversivos y de la revuelta
A la calle!

Mónica Andrea Caballero Sepúlveda
Presa Anarquista
Julio 2020

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Words of Mónica Caballero from the San Miguel prison (Chile)

Comrades, friends and family:

Again I write to you from a cell. I am confined in the prison of San Miguel, for 14 days I will remain isolated due to the contagion prevention protocols of COVID-19, later they will classify me and take me to a specific module.

It is almost 10 years since the first time I stepped into prison as a defendant. During these years, my life in some way or another has always been linked to the prisons; although control systems may change, essentially their structure seeks punishment and repentance.

Almost 10 years ago when I entered the prison, I was fully convinced that the set of anti-authoritarian ideas and practices are fundamental keys to face domination, in all this time there has not been a single day to have thought otherwise. I walk the prison with my head high, proud of the way I travel.

Solidarity with all anti-capitalist struggles
Newen Peñis [Energy to Warriors], Mapuche political prisoners
Subversive and revolt prisoners
On the street!

Mónica Andrea Caballero Sepúlveda
Imprisoned Anarchist
July 2020