Un contributo riguardo la “Proposta per un nuovo manifesto anarchico”

Premetto che vivendo in una “bolla” (una sezione di alta sicurezza) solo oggi, ad aprile 2021, ho ricevuto le “Riflessioni in merito al substrato anarchico contemporaneo informale, insurrezionale e internazionalista. Per un nuovo manifesto anarchico”, scritto nel lontano febbraio–aprile 2020.

Pur non sapendo come si sia evoluta la cosa vorrei comunque dire la mia. Dare il mio contributo su ciò che credo sia l’essenza reale e concreta di quella che a volte viene definita “la nuova anarchia”, a volte “l’internazionale nera”. Mi piacerebbe che questo mio scritto circolasse il più possibile fuori dai confini italiani e quindi spero che qualche compagno/a traduca queste mie parole nelle varie lingue. La mia intenzione è semplicemente quella di chiarire alcuni punti, spero di non pestare i piedi a nessuno, i miei sono solo punti di vista un po’ diversi… La prima cosa che ho notato in questo scritto è che la Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale e la Cospirazione delle Cellule di Fuoco non vengono mai citate. Questa mancanza dal mio punto di vista è abbastanza sorprendente e indicativa perché stiamo parlando di esperienze di lotta armata che, con tutti i loro limiti, hanno dato l’avvio a questo fenomeno. Queste due esperienze ci hanno lasciato in eredità una concretezza che prima solo ci sognavamo, una concretezza prodotto di una vera e propria “internazionale”. Un’internazionale che ha permesso agli anarchici e alle anarchiche di comunicare attraverso le azioni senza organizzazioni e coordinamenti di sorta. Una forza che si è resa riconoscibile presentandosi al mondo attraverso degli acronimi. Acronimi dietro i quali non vi erano nient’altro che anarchiche e anarchici d’azione che si rapportavano tra di loro attraverso le parole che seguivano le azioni. Compagne e compagni che in quello specifico ambito avevano un solo fine: la distruzione concreta, fattuale dell’esistente e non il riconoscimento o l’auto-rappresentazione all’interno di un’assemblea. Nel vostro scritto (che se ho capito bene avrebbe tra i tanti anche lo scopo benefico di “attenuare le discrepanze” tra le cosiddette lotte “sociali” e “antisociali”) la reale essenza di questa “nuova” anarchia viene riportata sui binari dell’insurrezionalismo classico. Dico questo perché concetti base che sono fondanti per questa “nuova” anarchia nelle vostre parole vengono stravolti se non capovolti. Parole che sembrerebbero il tentativo di dare un’organicità, una strutturazione ad un fenomeno che per sua natura è etereo, destrutturato e che trova la sua forza proprio in questa sua impalpabilità e imprevedibilità.

In Europa negli anni passati furono sperimentati tra anarchici/e più o meno informali tentativi simili al vostro. Tentativi di assemblee internazionali più o meno riuscite. Tentativi che al di là delle intenzioni iniziali non portarono a nulla se non a libri, documenti in comune e manifesti vari, riducendosi di fatto al solito teatrino per i soliti/e compagni/e conosciuti/e. Mi tocca a questo punto ribadire quali sono (secondo il mio solitario punto di vista) i concetti fondanti alla base delle nuove pratiche informali:

– Superamento dello “strumento” assembleare, parlano solo le azioni, solo gli anarchici e le anarchiche che rischiano la vita colpendo duramente, la comunicazione avviene attraverso le rivendicazioni.

– Esclusione di ogni organizzazione di sorta, anche di coordinamenti, gli scritti che seguono le azioni in qualche modo invitano gli altri gruppi ad agire di conseguenza, non c’è bisogno di conoscersi perché questo darebbe adito a leader o coordinamenti.

– Esclusione dei teorici puri, che non hanno alcuna voce in capitolo, parlo di quei compagni/e che attraverso la loro “lucidità” e capacità teorica riescono (pur non volendo) ad imporsi nelle assemblee.

Queste a parer mio sono le caratteristiche fondanti di tutte quelle miriadi di azioni che negli ultimi anni si sono parlate per il mondo, rimbalzando spesso da un continente all’altro dando origine a campagne di lotta. Non importa se le azioni vengano accompagnate da un acronimo o meno, l’importante è la comunicazione che avviene attraverso le rivendicazioni*.

Nella vostra analisi sostenete tutto il contrario di quello che (secondo me) traspare con chiarezza e con tutta evidenza dalle dinamiche concrete e reali della cosiddetta “contemporaneità anarchica insurrezionale e internazionalista”. In più punti affermate che non bisognerebbe limitarsi all’azione distruttiva perché questa non basterebbe a far crollare il sistema tutto. Adombrando poi il rischio che limitandosi all’azione distruttiva si andrebbe incontro alla nascita di “gruppi di specialisti dell’azione”, insomma il solito spauracchio dell’avanguardia. Arrivando poi di logica in logica alla sorprendente affermazione che questa “nuova” anarchia non si dovrebbe circoscrivere ai soli che realizzano le azioni. Tutti concetti rispettabili ma che snaturano la vera essenza di questo fenomeno, riportandoci indietro al rischio molto più concreto e puntuale di creare specialisti della teoria (non dell’azione) che, dando “potere” decisionale alle assemblee, impongono (pur non volendo) la loro strategia perché più bravi a scrivere e parlare e magari perché compagni/e carismatici/e e conosciuti/e. Nel vostro scritto si parla di “informalità organizzativa” e di “prassi insurrezionale permanente”, questa vostra visione mi pare non rispecchi a pieno la “contemporaneità” dell’anarchismo d’azione. A questo punto mi azzardo a tentare per sommi capi la “genesi” di questo nuovo modo di intendere l’insurrezionalismo, almeno per quanto riguarda l’Italia. Qui da noi tutto è cominciato come critica all’insurrezionalismo sociale e alle sue dinamiche assembleari. Alle assemblee erano sempre i soliti a parlare perché avevano maggiore esperienza, perché avevano le idee più chiare. Peccato che le idee, essendo il prodotto di pochi illuminati, ristagnassero. Le parole di chi parlava meglio, di chi scriveva meglio e magari aveva più carisma pesavano di più di quelle degli altri che intimiditi rimanevano in silenzio. La maggioranza si accodava, qualche volta qualcuno/a provava ad intervenire ma le loro parole avevano un peso effimero. Insomma, le solite, temo inevitabili, dinamiche assembleari. Sia ben chiaro che non sto colpevolizzando nessuno, semplicemente in certi meccanismi sociali ci si entra senza neanche accorgersene, ci caschiamo tutti prima o poi. Dalla critica ai compagni/e con più esperienza a sperimentare percorsi “nuovi” il passo fu breve. Si partì dalla messa in discussione dei coordinamenti figli delle dinamiche assembleari, per poi arrivare alla messa in discussione di alcuni “dogmi”. Uno per tutti, quello che sosteneva che le uniche azioni valide fossero quelle “riproducibili” (le “piccole” azioni). Una formuletta che demonizzava come “spettacolare” e “avanguardia” ogni azione che per la sua violenza potesse andare un po’ più in là. Mi permetto di dire che nel vostro scritto questo “dogma” rischia di essere resuscitato quando fate la distinzione tra obiettivi giusti da colpire, “basi del sistema”, e obiettivi obsoleti, “simboli del sistema”. Le parole cambiano ma il succo rimane lo stesso. Chi è che dovrebbe decidere quali sono gli obiettivi giusti da colpire? Basterebbe questa semplice domanda per mettere in luce le contraddizioni di una tale impostazione. Col tempo l’ultimo “tabù” ad essere infranto fu quello delle rivendicazioni e delle sigle e lì il panico fu generale anche per le conseguenze repressive che una tale pratica avrebbe comportato, e che effettivamente comportò. Per qualche anno la maggioranza del movimento insurrezionalista di lingua italiana ignorò queste “nuove” pratiche. Ma l’aumento dell’impatto anche massmediatico provocato da azioni sempre più oggettivamente violente rese risibile ogni atteggiamento di snobismo e superiorità. Poi, con la diffusione in mezzo mondo della FAI–FRI, risultò demenziale insistere con quell’atteggiamento. In maniera critica o ipercritica, con i distinguo dovuti, tutti o quasi tutti presero atto che qualcosa di nuovo era nato.

Adesso temo sia arrivato il momento del “recupero” e risaltano fuori, di nuovo, coordinamenti, assemblee, manifesti. Sono certo della vostra buona volontà, ma ho paura che con questi presupposti quello che nascerà non potrà fare altro che ricalcare (e lo dico senza alcuna ironia) il “vecchio” e glorioso insurrezionalismo sociale. Secondo me è la metodologia che avete usato che è sbagliata. Dovrebbero essere i gruppi e i singoli anarchici/e, attraverso le azioni, a parlarne. Solo dalle loro analisi, veicolate attraverso le azioni, potrà rafforzarsi la nuova prospettiva anarchica. Solo così si potrà fare quella selezione necessaria, indispensabile, che escluda a priori gli “ideologi di professione”, coloro che non agendo nel reale non hanno gli strumenti affilati e quindi una visione concreta e realista per incidere nella realtà. Non è un’accusa, sono certo che tra di voi “ideologi di professione” non ce ne siano, è semplicemente una questione di metodo.

È il metodo che fa la differenza tra le diverse visioni dell’anarchia. In questo tipo di contesto le analisi strategiche non possono cadere dall’alto. Per quanto elaborate e ben scritte che siano, le parole devono essere veicolate dall’azione, altrimenti l’analisi inevitabilmente mancherà di realismo e concretezza. Detto questo, il mio è solo un punto di vista. Il punto di vista di un compagno prigioniero che ha una visuale limitata della realtà.

Proprio per il discorso appena fatto, il mio parere vale per quello che vale, poco. Il mio è solo un contributo, e spero tanto che le mie critiche si rivelino costruttive.

Alfredo Cospito
19 aprile 2021

* Bisogna comunque far notare che le azioni rivendicate hanno uno svantaggio nei confronti di quelle non rivendicate: comportano un rischio maggiore dal punto di vista repressivo. D’altra parte però anche le azioni non rivendicate hanno un inconveniente: l’invisibilità e la dispersione. Il messaggio che (in un’ottica sociale) le azioni non rivendicate vorrebbero trasmettere spesso non arriva o viene fortemente offuscato o stravolto.

 

Aggiornamenti sullo sciopero della fame dell’Anarchico Sardo prigioniero deportato Davide Delogu

Davide ci comunica di aver interrotto lo sciopero della fame perchè la direzione ha disposto la fine dell’isolamento e il trasferimento in una cella singola nella sezione dei comuni. Inoltre disporrà nuovamente delle chiamate e le videochiamate. 

Sardegna Anarchica

Grisolia: primo maggio di propaganda e diffusione anarchica

Davide Delogu in sciopero della fame! – carcere di Vibo Valentia

Apprendiamo che il compagno anarchico sardo, prigioniero deportato, Davide Delogu ha inziato uno sciopero della fame ieri giovedì 22 Aprile. 

Questo sciopero della fame nasce in seguito alla revoca delle chiamate con una compagna sarda. A quanto pare il direttore del carcere ha dato il diniego facendo riferimento a un documento che era stato prodotto dal magistrato di sorveglianza di Agrigento risalente a tre anni fa.

Seguiranno aggiornamenti.

Sardegna Anarchica

 

fonte:

Davide Delogu In Sciopero Della Fame!

A proposito del libro “Anti-Tech Revolution” di Ted Kaczynsky

Anti-tech Revolution


«Distruggere la civilizzazione significa distruggere noi stessi,
così come ci conosciamo»


Anti-Tech Revolution racchiude le ultime analisi e prospettive che l’autore JohnTheodore Kaczynski – noto
Unabomber, ha maturato tra il 2013 ed il 2016 in un carcere di massima sicurezza del Colorado, dove si trova rinchiuso dal ’96 per una condanna di quattro ergastoli comminatogli dall’organizzazione criminale che incarna il governo degli Stati Uniti.
Costruire una descrizione del testo preso in esame apre due possibilità checoncorrono al tentativo non semplice di esaminare sotto la lente della criticità anarchica il pensiero e l’azione dell’uomo che per quasi vent’anni ha messo in ginocchio la macchina securitaria americana; due strade chepercorrono da una parte la vita stessa dell’autore e dall’altra il suo operato inteso vuoi come azioni che gli vengono imputate, vuoi come pensiero radicale incentrato sull’ecocidio dovuto all’espandersi delle civiltà moderne e nel relativo sviluppo tecnologico.
Kaczynski nasce nel 1942 a Chicago dove frequenta le scuole primarie e superiori, poi si laurea ad Harvard nel ’62. Assunto come professore di matematica presso l’Università di Berkeley, all’età di 26 anni, rinuncia
senza spiegazioni all’incarico e si trasferisce in una casetta di 11 metri quadri a Lincoln, tra i boschi del Montana. Da allora vive, fino al suo arresto, in modo essenziale, con pochi soldi e senza acqua corrente né elettricità, sostentandosi cacciando e raccogliendo i frutti della natura – alcuni dei racconti sulla sua vita nei boschi sono contenuti nella Prima intervista dal carcere a cura di Theresa Kintz.
In Un saggio del 1971, oltre ad esporre le sue critiche embrionali al sistema tecnologico e alla civilizzazione, propone al lettore di «unirti a me ed altre poche persone nel tentativo di fondare un’organizzazione che abbia lo scopo di fermare e tagliare le sovvenzioni federali alla ricerca scientifica». Date leanalogie con La società industriale ed il suo futuro, il Saggio, sommato alle delazioni di suo fratello, è stato utilizzato dalla FBI per scovare colui che riuscì a rimanere anonimo per diciott’anni dall’inizio delle attività dinamitarde.
La prima delle 16 azioni di FC (Freedom Club – sigla apparsa su 8 ordigni), risale al 25 maggio del ’78 e si tratta di un pacco bomba indirizzato ad un docente universitario di ingegneria, il quale, insospettito, lo consegna alla polizia che avrà modo di conoscerne le potenzialità distruttive poiché, nell’esplosione, viene ferito uno sbirro. Seguono altri attentati indirizzati ad istituti tecnici, docenti di ingegneria elettronica, aspiranti astronauti, ricercatori, genetisti, negozi di computer nonché a società di trasporti aerei (un pacco bomba collegato ad un altimetro si incendia all’interno di una borsa postale e costringe ad un atterraggio di emergenza il volo 444 della American Airlines) e al direttore, saltato in aria nella detonazione, dell’azienda pubblicitaria responsabile di un accordo con Exxon Corporation, compagniapetrolifera la cui nave è stata protagonista di un disastro ecologico in Alaska. Si contano, in totale, 3 morti e 23 feriti.
Dal ’93 hanno inizio le comunicazioni del «gruppo anarchico FC». Interessante, ma purtroppo limitato, è il passaggio in una di queste rivendicazioni in cui il gruppo tenta di spiegare la propria definizione di anarchico: «Nella nostra precedente lettera trasmessa a voi ci siamo definiti anarchici. Dato che “anarchico” è un termine vago che viene di solito applicato ad una grande varietà di atteggiamenti, è necessario dare un’ulteriore spiegazione. Noi ci definiamo anarchici perché vorremmo, idealmente, abbattere l’intera società
odierna sostituendola con una suddivisa in piccole unità completamente autonome». Anche tralasciando il “termine vago” che intende FC, troppo riduttivo se consideriamo un movimento rivoluzionario internazionalista che concretamente intende abbattere il dominio, la proposta di “sostituire l’intera società odierna con una suddivisa in piccole unità completamente autonome”, per quanto possa apparire condivisibile, porta con sé alcuni aspetti che necessariamente andrebbero valutati e contestualizzati in un’ipotetica società liberata (a tal proposito vedi l’articolo Approfondimenti di un discorso isolato? su Nurkuntra, n. 6). Come potrebbero esistere delle “piccole unità completamente autonome” se l’interrelazione tra culture, economie – anche autodeterminate – e territori è di fondamentale importanza per l’esistenza delle stesse? La problematica del perpetuarsi del dominio dell’uomo non è legata solo al livello di autonomia che ogni “unità”, grande o piccola può raggiungere, ma sta anche nei rapporti di potere che sussistono sia
all’interno dello stesso nucleo sociale, che dal nucleo all’ambiente esterno. L’idea di ridistribuire i popoli in piccole “unità autonome”, come fossero microcosmi indipendenti ed isolati rispetto agli altri esistenti, nonostante possa apparire condivisibile, risulta essere insufficiente alla risoluzione dello scontro con la società tecno-industriale ed il potere presente e futuro, in quanto si ripresenterebbe comunque l’insorgenza dei cosiddetti “sistemi autopropaganti”  di cui lo stesso Kaczynski parla nel suo ultimo libro Anti-tech
Revolution.
Il 19 settembre del ’95 viene pubblicato, come inserto di otto pagine allegato al Washington Post, La società industriale e il suo futuro, ovvero il Manifesto di Unabomber, composto da 232 paragrafi di analisi, letture e proposte che il gruppo FC è riuscito a diffondere attraverso i media americani più importanti. Una descrizione sistematica del mondo civilizzato contemporaneo ed alcune prospettive – talvolta pure criticabili – che hanno segnato una rottura radicale tra l’ecologismo “di sinistra”, riformista e politicamente
cristallizzato, ed una nuova corrente che non intende scendere a compromessi, cosciente della gravità della situazione e che non attende tempi migliori per fermare il progresso tecnologico che avanza. A suon di attentati, il Manifesto è riuscito a sdoganare l’utilizzo della violenza verso i diretti responsabili – dunque persone e non solo cose – all’interno dei dibattiti concernenti il movimento ecologista, chiarendo l’intenzione di voler abbattere il sistema tecno-industriale ed i suoi difensori aggirando la morale che ingabbia le varie
tensioni ed impedisce, talvolta, di ottenere risultati soddisfacenti nella lotta contro il nemico. Vi è da dire che, sia prima che dopo l’arresto di Kaczynski, sono state rivalutate alcune posizioni in merito all’utilizzo
incondizionato della violenza, vedi il comunicato di FC riguardante l’ordigno piazzato nell’aereo nel ’79, dove si scrive: «l’intenzione era quella di uccidere un gran numero di uomini d’affari. Ma, ovviamente, molti passeggeri potevano essere innocenti – un bambino, oppure un proletario che andava a trovare sua madre.
Oggi siamo contenti che quel tentativo sia fallito».
Nell’aprile dell’anno seguente Kaczynski viene individuato ed arrestato. Nella sua casetta vengono trovate delle copie su carta carbone del Manifesto ed alcune sostanze e materiali utilizzabili per il confezionamento
di ordigni esplosivi. Durante il processo i suoi avvocati propongono l’infermità mentale per evitargli la pena di morte, ma lui rifiuta quest’offesa e rivendica tutti gli attentati a lui imputati. Di conseguenza la pena viene tramutata in quattro ergastoli, senza possibilità di riduzione o attenuanti. Dal carcere pubblica numerosi scritti indirizzati a giornali di movimento ed a riviste scientifiche, ricevendo sia solidarietà da parte dei
“movimenti” – tra cui le frange ecologiste radicali e anarchiche – sia prese di posizione assolutamente distanti dal suo operato, o quantomeno, da quel che lui rivendica. Tra questi suoi scritti ricordiamo: Moralità
e rivoluzione, La nave dei folli, Colpite dove più può nuocere, Quando la non violenza è un suicidio, La verità sulla vita primitiva: una critica all’anarco-primitivismo. Uno dei comunicati in sua solidarietà citati è Rivogliamo indietro Kaczynski e la sua casetta! redatto dal gruppo anarchico turco Ates Hirsizi, nel 1998.
***
La prima e seconda edizione di Anti-Tech Revolution vengono stampate dall’americana Fitch&Madison Pubblication rispettivamente nel 2016 e nel 2020, mentre la prima versione in lingua italiana viene tradotta e
pubblicata dalle novelle Editziones “Sa Kavuna” (la roncola), di Decimomannu (SU), la quale esordisce con questo primo titolo.
L’opera si presenta come un bel volume di 240 pagine suddivise in quattro capitoli accompagnati a loro volta da altrettante appendici; una breve nota dell’editore ed un’interessante introduzione ove si riportano le
motivazioni che hanno spinto i compagni anarchici e nichilisti alla pubblicazione del testo.
Nella prefazione, l’autore oramai settantacinquenne, specifica che tale libro non può essere solamente letto, bensì necessita di essere attentamente studiato e che, data la sua preoccupazione riguardo al futuro, decide di
pubblicare solo una parte di un lavoro più completo il quale, probabilmente, vedrà la luce nei prossimi anni.
Nella parte finale del libro si trova un’immensa bibliografia su cui si è basato per le sue ricerche, ed un’intervista, purtroppo finora senza risposte, inviata dagli editori italiani al matematico.
Dalla prima metà del libro Kaczynski si concentra sulla teoria che una società non possa mai predire l’andamento futuro della stessa in quanto viene costantemente, e sempre più velocemente, modificata dall’indefinitezza della selezione naturale. Per rafforzare questa tesi l’autore propone una lunga serie di avvenimenti storici, analisi politiche e formule fisiche che ne scandiscono i contorni ed aiutano a comprenderne i fondamenti. Nel riconoscere che le condizioni di miseria e sfruttamento alla quale è sottoposta la maggioranza degli esseri umani siano causate dall’eterna competizione tra le varie potenze
economiche, ognuna delle quali ha l’interesse primario di superare le altre in fatto di preparazione tecnicoindustriale, esso elabora l’esistenza dei sistemi “auto-propaganti” come entità che tendono a promuovere la propria sopravvivenza a dispetto delle altre. Se, dunque, partiamo dal sunto che la selezione naturale promuove quegli organismi che riescono a sovrastare gli altri, e che le società si sviluppino in base alla suddetta selezione naturale, ne converremo che sia praticamente impossibile conoscerne le evoluzioni future.
Ciò significa che i sistemi che riusciranno ad avvantaggiarsi in termini di potere rispetto agli altri, non curandosi delle conseguenze che le loro azioni apporteranno sul lungo termine, avranno maggiori possibilità di successo entro breve tempo. Passaggio molto interessante è la discussione sulla noncuranza degli effetti ambientali di lunga durata, che fa riflettere il lettore riguardo le conseguenze che, purtroppo, in Sardegna conosciamo molto bene. Vediamo l’estrattivismo sfrenato che nel giro di pochi anni ha avvelenato e distrutto il territorio adiacente la miniera d’oro di Furtei; il problema delle scorie nucleari che intravede in alcuni paesi dell’isola i luoghi ideali dove stoccare l’immondezza radioattiva prodotta dall’innovazione energetica e dalle
sue centrali; la vergogna del Parco Genos a Perdasdefogu, dove i bio-ingegneri al servizio del dominio sono riusciti a far sparire, e poi a svendere ad una società inglese, il DNA di 12000 sardi che, presi letteralmente
per i fondelli, hanno acconsentito alla ricerca sulla fantomatica longevità degli isolani; oppure alle truffe milionarie legate allo sviluppo dell’energia rinnovabile, le quali relative pale eoliche, che spuntano come
funghi nel territorio sardo, sterminano moltissime specie aviarie e le cui turbine contengono alcune terre rare, come il neodimio che, oltre a essere radioattivo, la sua estrazione dal sottosuolo comporta il massacro di
migliaia di adulti e bambini congolesi costretti a scavare a mani nude e a sopravvivere in condizioni disumane.
Se verrà permesso al sistema tecnologico di arrivare alla sua logica conclusione, dunque, la Terra diventerà un pianeta morto. Ma come fermare questo scempio?
La proposta di Kaczynski è quella di creare un movimento rivoluzionario mondiale, da lui inteso legalitario –forse per motivi di censura -, che ostacoli, con l’azione diretta, il progresso tecno-scientifico intrinseco alle società moderne ed in grado di colpirne l’apparato tecnologico, al fine di non lasciarne traccia e debellare il male che divora la naturalità dell’esistenza. Egli detta regole, raccomandazioni e consigli per chi vuole modificare radicalmente una società e redige una serie di linee guida per la costruzione di un movimento
anti-tecnologico. Da questi paragrafi emerge la volontà di voler continuare imperterrito alla ricerca di complici che sposino la causa anti-civilizzatrice che di già propose nel lontano 1971 nel sopraccitato Saggio.
Cinquant’anni non son bastati a piegare la schiena di un uomo che ha dedicato la vita alla difesa incondizionata dell’ambiente, dimostrando a testa alta la sua refrattarietà nei confronti del potere, e nemico imperterrito delle menti brillanti che campano ben protette sul dominio dell’artificio sul mondo naturale.
Nonostante la stima che si possa provare verso l’autore, per il suo operato ed i nuovi contributi da lui proposti in questo libro, però, vi sono delle grosse incongruenze che il lettore, specialmente se antiautoritario, troverà
inapplicabili al proprio agire. Se da una parte vengono schematicamente esposte le 5 regole per la creazione di un movimento di tale portata, la cui efficienza viene poi convalidata da ulteriori studi ed analisi, ma che
non possono essere condivise per ovvia ragione dagli anarchici più radicali, dall’altra vi sono alcuni passaggi importanti dei quali si dovrebbe farne tesoro. Non si può non essere d’accordo, ad esempio, sul suggerimento
di non retrocedere mai dalle proprie posizioni per venire popolarmente accettati, e di tenersi pronti alle esplosioni sociali che, in maniera sempre più frequente e diffusa, esplodono ed esploderanno, vedi i recenti
fatti di cronaca relativi alle insurrezioni che costellano il pianeta. Inoltre incoraggia il neo-movimentista anti-tecnologico a studiare la storia per evitare gli errori del passato, e a non scadere mai in inutili “guerre” con altri movimenti, poiché il metodo migliore per prevalere è quello di “superarli” con analisi più accurate ed azioni più incisive.
In definitiva Anti-tech Revolution è un testo che non può mancare nelle librerie di chi lotta per la difesa
dell’ambiente e che vede nel progresso tecno-scientifico la causa di tale disastro ecologico. E’ un libro dedicato a chi intende fermare ad ogni costo la stupidità della civilizzazione moderna, che s’impone irresponsabilmente come evoluzione dell’abbruttimento umano distruggendo il delicato equilibrio di un
ecosistema oramai annichilito dai veleni prodotti dall’ingordigia dei potenti. Questo mette in guardia sui pericoli ai quali, ciecamente, l’umanità sta andando incontro nel seguire le logiche di profitto e sfruttamento,
conducendo i “proletari del nuovo millennio” verso una vita mutilata della sua selvaggia ed indomabile bellezza. Kaczynski centra il bersaglio quando afferma che la tecnologia è il nemico concreto da abbattere per rivendicare l’esistenza che ci è stata rubata, senza se e senza ma, da chi vuole vederci rinchiusi in quattro mura, fisiche e mentali.
Eppure vi sono quelle individualità che mettono a disposizione della lotta contro il sistema putrido, corrotto e nemico di ogni spirito degno di essere chiamato libero, la loro irriducibile tensione. Non importa quali
saranno i mezzi, se usati con sapienza ed intelligenza, utilizzati per l’attacco ai diretti responsabili – ed alle relative strutture – a cui interessa conservare in una teca di cristallo i meccanismi utili alla riproduzione del
potere. Noi scruteremo tra i boschi alla ricerca di orme che portino nella giusta strada verso l’eliminazione del dominio, in qualsivoglia forma esso si manifesti, e passo dopo passo, proseguiremo il sentiero affinando l’olfatto che ci permetterà di fiutare meglio i profumi della vittoria. Continueremo il nostro cammino con il bagaglio di conoscenze individuali che solo l’esperienza può insegnare, forti del fatto che il nostro compito è quello di difendere la salubrità del territorio e degli animi indomiti che lo abitano, fiaccole mai spente a
ricordarci che siam vivi.


Carlo Cavalleri
Trexenta, febbraio 2021

 

È stato pubblicato il libro “Quale internazionale?” di Alfredo Cospito e molti altri

È finalmente disponibile Quale internazionale?, che viene dato alle stampe poco più di un anno dopo la pubblicazione della terza parte dell’omonima intervista con il compagno imprigionato Alfredo Cospito all’interno del giornale anarchico “Vetriolo”. Questo libretto, curato da Alfredo stesso e dagli altri compagni redattori del giornale, è espressione di un appassionato percorso di approfondimento e analisi e allo stesso tempo un contributo conoscitivo e storico per l’anarchismo, un volume che auspichiamo possa implicare un vivo coinvolgimento con le idee anarchiche, richiamando l’attenzione di quanti hanno a cuore la distruzione di questo mondo imperniato sull’autorità.

«Oggi solo pubblicare una discussione sulla pratica dell’azione internazionalista anarchica, il solo mettere insieme una cronologia delle azioni della Federazione Anarchica Informale e qualche loro rivendicazione e documento, comporta il rischio concreto di finire in prigione per anni. Questo tascabile ha un grosso merito: entrare nello specifico della Federazione Anarchica Informale, senza preamboli dissociativi o demonizzanti. Come è possibile che un fenomeno che ha coinvolto (comunque la si pensi) una fetta consistente dell’anarchismo d’azione non sia mai stato analizzato in maniera seria, approfondita, tanto meno dal punto di vista storico? Forse è il momento di affrontare questo pezzo di storia dell’anarchia in maniera equilibrata, senza livore. Fare diversamente sarebbe demenziale perché non è certo mistificando o cancellando pezzi di storia che non corrispondono alle nostre belle teorie sulla carta che riusciremo ad affermare la nostra anarchia nel mondo» – Alfredo Cospito.

«Solo immergendoci senza remore nel terreno dello scontro, solo insorgendo senza indugi e tentennamenti contro lo Stato, il capitale e ogni autorità, potremo verificare e affinare concretamente le nostre convinzioni, ipotesi e analisi. Le parole hanno senso e significatività solo quando si legano al conflitto, all’azione, solo quando sono inerenti e vanno ad inserirsi nel terreno dello scontro. Le battaglie cartacee, anche quando vengono presentate come “dibattiti”, hanno ben poco senso se non ineriscono l’azione rivoluzionaria anarchica nella sua totalità. Quale internazionale? Questa è una domanda che porta inesorabilmente sotto la luce della nostra riflessione un quesito antico e delle possibilità che da sempre hanno animato l’anarchismo, quell’anarchismo che con la sua fragorosa determinazione ha saputo attaccare, distruggendo e facendo sanguinare il potere» – Anarchici redattori di “Vetriolo”.

All’interno del libro:

— Prefazione di Alfredo Cospito
— Introduzione degli anarchici redattori di “Vetriolo”
— Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara
— Dal ventre del Leviatano. Dichiarazione all’inizio del processo per l’azione contro Adinolfi a Genova
— Chi siamo. Lettera aperta al movimento anarchico ed antiautoritario
— Quattro anni… dicembre 2006. Documento–incontro della Federazione Anarchica Informale a quattro anni dalla nascita
— Cronologia azioni. 1999–2020
— Nota editoriale

Alfredo Cospito e molti altri
Quale internazionale?
Edizioni Monte Bove.
Collana: Tascabili clandestini – 2.
Prima edizione, marzo 2021.
Pagine 296.

Per richieste di copie rivolgersi a “Vetriolo”: vetriolo@autistici.org
Oppure alle Edizioni Monte Bove: edizionimontebove@riseup.net

Una copia: 5,00 euro. Per la distribuzione, a richieste di almeno cinque copie: 3,00 euro a copia. Spese di spedizione escluse.

 

Aggiornamento su Davide Delogu, anarchico sardo, prigioniero deportato

Apprendiamo che Davide si trova ancora in isolamento dal suo trasferimento A Vibo Valentia, inoltre ci comunica che in questo carcere i libri possono essere spediti solo tramite pacco e non come posta ordinaria. Questione problematica a causa del peso totale dei pacchi che gli possiamo spedire mensilmente.

Dunque Davide chiede esplicitamente un invio massicio di cartoline, rassegne stampa, anche vecchi opuscoli e giornali, insomma qualsiasi cosa di cartaceo spedito per posta ordinaria per far accumulare la posta. Nello specifico chiede che tutte le spedizioni siano concentrate in una settimana, magari tra la seconda e la terza settimana di Aprile.

Per Scrivergli:

DAVIDE DELOGU

C.C. Nuovo Complesso
Contrada Cocari
89900 Vibo Valentia

Sempri Ainnantis!

Sardegna Anarchica.

 

Nuovo Conto Corrente per la solidarietà ai compagni arrestati a Barcellona

 

Intervento di Alfredo Cospito al dibattito sulla lotta contro il nucleare per l’iniziativa “Voi gli date vent’anni, noi gli diamo la parola”

Il testo che segue è l’intervento dell’anarchico imprigionato Alfredo Cospito al dibattito sulla lotta contro il nucleare tenutosi durante l’iniziativa “Voi gli date vent’anni, noi gli diamo la parola”, presso il Circolaccio Anarchico di Spoleto il 20 marzo 2021.

Dopo la visione di questo film sulla tragedia di Chernobyl mi è stato chiesto di fare un intervento.

Cosa dire?

Gli ultimi nove anni della mia vita li ho passati chiuso in una cella perché assieme ad un mio compagno ho sparato ad uno dei maggiori responsabili del nucleare in Italia all’epoca. Lo abbiamo fatto perché non volevamo capitasse qui da noi quello che avete visto accadere in questo film. Molto semplicistica come motivazione, ma è andata proprio così.

Ne è valsa la pena?

Mi piace pensare che la nostra azione, per quanto isolata, abbia avuto il suo peso. L’unica cosa certa è che azioni di questo tipo non saranno mai in alcun modo recuperabili da parte del sistema. Possono essere demonizzate ma mai recuperate e tanto meno cancellate perché pongono un aut-aut al potere, e dal mio punto di vista questo è più che sufficiente per giocarsi tutto, la libertà e anche la vita.

Sì! Alla fine dei conti ne è valsa la pena.

Non volevamo uccidere, ma solo ferire per erigere un muro invalicabile davanti al cinismo tecnologico ed assassino di scienziati e politici senza scrupoli: “Oltre non si va, non riporterete il nucleare in Italia, altrimenti ci opporremo con tutti i mezzi”.

Nove anni fa, quando colpimmo, la possibilità di un rientro del nucleare in Italia sembrava riaffacciarsi con forza. Da poco c’era stata Fukushima, nel “nostro” paese anni e anni di lotte contro il nucleare sembravano a rischio di essere cancellati, e ciò avveniva in un silenzio totale. All’epoca e ancora oggi l’Italia, attraverso l’Ansaldo Nucleare, contribuisce alla costruzione di centrali nucleari in paesi come la Romania e l’Albania. Poco prima della nostra azione un incidente durante i lavori di costruzione in uno di questi cantieri aveva ucciso due operai. In Italia nessuno ne parlava, tranne quei pochi utopisti di ecologisti-e e anarchici-e che temevano un ritorno delle centrali nel “nostro” territorio, molti partiti sostenevano questa prospettiva da incubo. Certo non mi illudo che il nostro gesto abbia bloccato il ritorno del nucleare in Italia, ma un po’ di paura gliela abbiamo messa. Il nostro contributo, per quanto limitato, lo abbiamo dato e ha avuto il suo peso, e non credo sia stato così trascurabile come hanno voluto farci credere.

Oggi lo Stato italiano deve per forza di cose “smaltire” le scorie nucleari delle vecchie centrali dismesse nascondendo 78.000 metri cubi di rifiuti radioattivi sotto il tappeto in Piemonte, Sardegna, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sicilia. Spacciando la cosa come “smaltimento” di scorie a bassa intensità di radioattività, prodotto di lastre ed altro materiale medico di scarto, ma in realtà cercando sottobanco di far passare soprattutto lo “smaltimento” di radioattività ben più pericolosa, scarti delle vecchie centrali.

Voglio essere chiaro, la soluzione non può essere quella di portare i nostri rifiuti fuori dall’Italia, magari come già fatto in passato in Africa, usando i paesi più poveri come pattumiera della nostra merda nucleare. Un movimento “ecologista” che di fatto spinge a questo è un “ecologismo” borghese ed infame. Coloro che si oppongono ai depositi perché il valore delle proprie proprietà va a calare non avranno mai la mia fiducia. Sono quel genere di persone che hanno fatto entrare la politica più bieca nel movimento contro il TAV. Sempre pronti a svendere le lotte, a dissociarsi dalle azioni. Non possiamo far leva su certi istinti borghesi, né potremo far finta di non vedere quando i sindaci, le istituzioni locali di questi paesi, chiederanno risarcimenti o piagnucoleranno per le loro proprietà, per i loro commerci, per le loro perdite economiche. Avere a che fare di nuovo con tali personaggi sarebbe disastroso. Un antico detto ebraico diceva: “L’essere umano è l’unico animale che riesce ad inciampare due volte sulla stessa pietra”. Cerchiamo di non ripetere gli stessi errori, venti anni di lotta contro il TAV avranno pure insegnato qualcosa.

Sarebbe stupido e controproducente cercare noi le “soluzioni”, i palliativi per rendere la tecnologia più accettabile, “ecologica”. Siamo contro i depositi nucleari quanto contro le pale eoliche, non esistono in questo campo le mezze misure. L’unica reale e definitiva soluzione alle scorie nucleari è lottare con ogni mezzo perché le centrali nucleari chiudano dappertutto. Non possiamo girarci intorno, è una questione di vita o di morte. Il pianeta sta morendo, c’è una sola cosa da fare: distruggere dall’interno la società tecnologica e capitalista in cui siamo costretti a vivere. È inutile scappare, è ipocrita ritagliarsi un piccolo paradiso in terra, anche non volendo si diventa complici, è criminale cercare palliativi, illudersi che la tecnologia possa diventare “ecologica”. Non è il numero di partecipanti ad un corteo che ci farà ottenere risultati, ma la forza e la radicalità delle nostre azioni. Questa è una delle nostre peculiarità, come anarchici-e miriamo al qualitativo, non tanto alla quantità di persone dietro uno striscione ma alla qualità delle azioni, della nostra vita. La gente arriverà ma dipenderà dalla nostra coerenza e onestà d’intenti e anche dalla nostra progettualità rivoluzionaria. Il primo ostacolo che incontriamo in questo ambito è sempre lo stesso, l’ecologismo qualunquista borghese.

Con questo non voglio sostenere che bisogna isolarsi, certo lottiamo a fianco delle persone che vengono coinvolte direttamente da questi depositi, partecipiamo ai cortei, ai presidi ma non sacrifichiamo il nostro punto di vista alla “realtà”, al compromesso. Cerchiamo di essere sempre critici con chi abbiamo a fianco e soprattutto non limitiamo le nostre azioni in nome di una presunta incomprensibilità da parte della gente.

Partecipiamo alle assemblee popolari (se ci saranno) ma non mistifichiamo il nostro reale fine, la distruzione della società tecnologica, la costruzione di una società libera dallo Stato.

Ricordiamoci anche che agendo al di fuori delle decisioni assembleari non facciamo alcun torto alla collettività in lotta, esprimiamo semplicemente il nostro essere anarchici-e.

Non dissociamoci in nome di una lotta comune dalle azioni violente che avverranno, se mai avverranno, anche se non le condividiamo. Rinunciamo ai falsi benefici (comodità) che questa società marcia ci “regala”, cerchiamo di essere coerenti.

Credo che questi siano i pochi insegnamenti che le lotte “sociali” ecologiste ci hanno dato negli ultimi decenni.

Forse un’altra occasione ci si presenta all’orizzonte, un’occasione da non perdere, sono fermamente convinto che basterebbe non ripetere i soliti errori per andare incontro ad inaspettati riscontri.

Si potrebbe condensare tutto questo mio soliloquio in un concetto molto semplice: “multiformità delle azioni senza preconcetti e paletti”.

Facciamola finita con le paranoie sull’avanguardia, sulla spettacolarizzazione delle azioni, ognuno agisca come vuole, tutto si armonizzerà in un “unicum”, e soprattutto dissociamoci dalle dissociazioni.

Sarò sicuramente uscito “fuori tema”, credo che comunque tra di voi ci saranno degli anarchici e delle anarchiche. Il mio è un discorso di un anarchico indirizzato più che altro a degli anarchici-e, ma spero sia stato raccolto da tutti-e, anche se rappresenta un punto di vista “particolare”.

Quello che è certo è che i problemi che abbiamo affrontato oggi riguardano tutti, la vita di tutti.

Mi piacerebbe moltissimo partecipare al dibattito lì con voi, ma per forza maggiore mi è impossibile.

Un saluto anarchico e rivoluzionario,

Alfredo Cospito
Carcere di Ferrara

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