I tempi che corrono e le ragioni della nostra lotta (Tratto dal Bollettino n.4, maggio 2020)

La situazione di cosiddetta «sospensione» che abbiamo attraversato negli ultimi mesi, e che tutt’oggi perdura, ha messo in luce parecchi aspetti di questo mondo in putrefazione e ne ha fatti eclissare altri. Si tratta di una situazione di «sospensione» sotto parecchi punti di vista. Ad esempio, ad essere sospeso, nei fatti, è stato il teatrino della politica, rivelatosi obsoleto, con i suoi riti e le sue formalità, la sua maggioranza democraticamente eletta e i suoi «scontri» partitici. A congelarlo – chissà ancora per quanto, chi può saperlo? – sono stati in gran parte i «tecnici», gli esperti, figure non nuove ma che in questo periodo stanno mostrando sempre più la propria preponderante importanza nel e per il potere. Da tutto ciò è derivata una sorta di «spoliticizzazione» delle forze politiche esistenti. Oggi, molto più di ieri, conta sempre meno quale colore o connotazione politica assumano lo schieramento parlamentare e le istituzioni.

Facciamo attenzione. Questa «sospensione» non è frutto di una «eccezionalità» o indice di un venire meno del ruolo – storico, materiale, fattivo – dello Stato. Piuttosto, come possiamo vedere, a venire meno è stata la presenza degli organismi sovranazionali (che comunque, è bene tenerlo a mente, non sono spariti), non quella dello Stato, che è il primo immediato e concreto elemento di dominazione reale.

Come altre fandonie ideologiche che affondano le radici nel secolo scorso, ad essersi eclissata è l’illusione derivata dalla concezione di un potere ormai «diluito» e diffuso nei rapporti sociali, anzitutto nei rapporti interpersonali; una teorizzazione negli ultimi anni sostenuta, incredibilmente, anche da parecchi anarchici a queste latitudini del mondo. Non mi interessa qui analizzare le origini o lo sviluppo di tale paccottiglia ideologica, questi aspetti potranno essere affrontati in altro spazio, basti dire che tale convinzione era una vera e propria impostura forgiata su una debolissima lettura della realtà sviluppatasi nel tentativo di colmare l’evidente vuoto di prospettive di teorie che ben poco hanno a che fare con l’etica anarchica e con l’anarchismo in generale. Concepire l’esercizio dell’autorità come qualcosa di «diluito» ed etereo è stato ed è un errore. Prima di abbracciare simili convinzioni occorrerebbe accorgersi che chiaramente il capitale ha invaso tutti gli aspetti del (soprav)vivere sociale conducendo ad un complessivo impoverimento di ogni autentico rapporto di vita, ma che in ogni caso le persone, i luoghi e le strutture del potere non sono mai svaniti. Una evidenza talmente «scontata» da essere di una banalità disarmante.

Ecco, determinate letture della realtà sono crollate sotto il peso dell’evento-coronavirus, e a farle venire meno non è stato un imprevisto. In questo senso, credo che il coronavirus (in primis come accadimento sociale) non va a spezzare, ad interrompere, il «flusso» della storia o degli eventi, piuttosto è qualcosa che accelera fenomeni che erano già in corso, confermandone lo svolgimento e dando loro un ulteriore scossone in una direzione già definita. Ad esempio, pensiamo al rafforzamento dello Stato-nazione e alla risorgenza dei nazionalismi, alla cosiddetta crisi della globalizzazione, o alla sempre più pervasiva e capillare presenza di apparecchi, ritrovati e processi tecnologici (senza i quali tutte le attività sostitutive effettuate «a distanza» non sarebbero state possibili). Come si configurerà la gestione sociale all’interno degli stati occidentali? Come si svilupperà ulteriormente il processo tecnologico e scientifico? E la crisi? Quello della «crisi», intesa come crisi economica e finanziaria, tutto sommato è sempre stato un falso problema. Il capitale soffre da sempre di una crisi strutturale e le varie ristrutturazioni messe in campo sono state compiute anche nell’ottica di affrontare tale condizione. Restando su un piano di riflessione che possiamo definire terra-terra, occorre però capire che la crisi economica che (almeno a livello europeo) si sta profilando potrà essere di una significatività tale da incrementare notevolmente il divario tra sfruttati e sfruttatori, o meglio, da renderlo più evidente, accelerando l’esclusione di più ampie porzioni della società, presumibilmente rendendo maggiormente identificabile la natura stessa dello sfruttamento, della repressione e del controllo sociale, con tutto ciò che ne deriva.

Non a caso, difatti, ci sono volute ben poche settimane per rendere manifesta la natura effettiva della democrazia, che oggi può apparire nitidamente per ciò che è sempre stata: un insulso simulacro. La democrazia – anch’essa, esattamente come tutte le altre, prospettiva di dominazione per il controllo e la repressione della vita –, apparentemente messa a portata delle mani di «chiunque», pone il proprio fondamento nella rassicurante illusione dell’impossibilità di godere effettivamente della vita stessa, rendendoci così «tutti uguali».

Come vediamo, anche volendo non c’è alcuno spazio per il catastrofismo. Non bisogna scoraggiarsi davanti a una realtà che impone e propone la propria materialità come fosse un fluire eterno, un fatto ineluttabile, per cui qualsiasi non-accettazione concreta, non mediata dalla desistenza o dall’alternativismo, significa «follia» o essere etichettati come tali. Il connubio teorico-pratico dell’anarchismo, anche e soprattutto davanti a situazioni come questa, non corre ai ripari. Oggi come sempre, l’anarchismo rivoluzionario rivela a tutti gli sfruttati, gli oppressi, gli esclusi, i compagni che il primo aspetto, immediato e tangibile, dell’attività rivoluzionaria consiste nel dare ad ognuno la reale possibilità di poter «realizzare» se stessi, scrollandosi il peso dell’obbedienza, della disciplina, della sottomissione, dell’oppressione qualsiasi forma assuma, svelando la ricchezza di possibilità racchiuse nella propria individualità. È allora che tale ricchezza non può che manifestarsi nelle azioni e nella vita. Nei tempi attuali e in quelli che verranno occorrerà una seria e approfondita riflessione su ciò, intrecciata, contemporaneamente, ad una attiva propaganda anarchica volta ad affermare le ragioni della rivolta e dell’azione individuale come dell’insorgenza collettiva. Contro e oltre ogni dipendenza e rassegnazione.

Ecco, l’evento-coronavirus non è un imprevisto. Sicuramente questa epidemia, con tutto il gravoso carico di conseguenze che ha comportato, può averci colti alla sprovvista, arrivando inaspettatamente quando (ovviamente) non la si attendeva. Le epidemie, come i terremoti o altri cataclismi, non prendono appuntamento con l’umanità, però con una differenza sostanziale: mentre gli accadimenti come i terremoti spesso si presentano veramente in maniera inaspettata, altri fenomeni vanno ad inserirsi e a crescere in una realtà sociale, «aggredendo» un corpo che, quando non presenta già estesi sintomi, può pure essere letteralmente in putrefazione. Siccome la realtà sociale della contemporaneità è quella della cosiddetta globalizzazione, ad essere coinvolto in questa epidemia, seppure in varie misure e con intensità differenti, è stato l’intero mondo globalizzato, che prima o poi avrebbe potuto essere «scosso» da un simile evento. La natura delle cose di per se stessa non concepisce catastrofi, semmai sono gli stati e il capitale, con il loro coacervo di apparati, istituzioni e derivati – come l’industrializzazione e l’urbanistica –, a predisporre le condizioni ambientali e sociali proficue affinché eventi come una epidemia abbiano le conseguenze che possono avere.

Come noto, tra le ipotesi più accreditate ricondotte all’origine dell’epidemia, è stata menzionata la condizione di ultra-sviluppo industriale e mercantile caratterizzante certi territori della Cina dove enormi masse di persone, di sfruttati, con stili di vita ancora agresti convivono e forzatamente sopravvivono all’interno di aree urbane e metropolitane densamente popolate, in terribili condizioni di sovraffollamento. Questo contesto, unitamente all’allevamento (intensivo o meno), all’alimentazione, alle condizioni ecologiche di certe aree del mondo e ad altri fattori sconosciuti o comunque poco noti, hanno conferito al virus delle concrete possibilità di sviluppo e migrazione. Credo che questa ipotesi sia veritiera. Precisando, però, che i primi che sicuramente hanno contribuito a condurre il virus nelle altre parti del mondo globalizzato non sono state le masse di contadini e di manovali, o gli impiegati cinesi, bensì gli imprenditori, gli affaristi. Magari gli stessi che negli ultimi mesi, da marzo in poi, hanno invocato a gran voce il ritorno alla «normalità» per una popolazione che desiderano azzittita e disponibile al lavoro. Così, ad esempio, per restare alle nostre latitudini, presumibilmente questi piccoli e grandi imprenditori (o chi per loro) sarebbero atterrati all’aeroporto di Orio al Serio, alla periferia di Bergamo, o in altri del nord Italia e da lì il virus avrebbe proseguito il proprio percorso. La Lombardia, assieme ad altre località più o meno limitrofe situate in Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, quindi tra le aree geografiche più inquinate e densamente popolate in Europa, sono state tra le prime aree geografiche pienamente coinvolte nella propagazione del virus. Non a caso, una crescente presenza di «anomale» problematiche polmonari e respiratorie era stata riscontrata in provincia di Bergamo già negli ultimi mesi del 2019 (almeno a dicembre, se non prima), un periodo antecedente di molto l’istituzione della prima «zona rossa» in una porzione della provincia di Lodi e in un comune in Veneto con la conseguente militarizzazione dei suddetti territori.

A livello mediatico è stata data grande rilevanza alla situazione verificatasi Bergamo e nella sua provincia, inizialmente in alcuni paesi della bassa Val Seriana (il cui fondovalle sostanzialmente è una conurbazione della città). Da alcuni mesi a questa parte la realtà di questo territorio è stata quella di una forte presenza repressiva volta ad imporre un capillare controllo e disciplinamento sociale. Sotto questo punto di vista, tra gli aspetti più evidenti basti pensare ai folti posti di blocco e agli innumerevoli controlli effettuati tra marzo e maggio praticamente dovunque e specialmente nelle aree urbane poste nel circondario della città orobica. Contemporaneamente, sempre a livello locale, il coro praticamente unanime dei media ha condotto una «martellante» opera di invito all’obbedienza ai vari decreti governativi che si sono susseguiti, «invitando» a sopportare ogni infame sopruso da parte delle forze repressive, dei padroni, degli industriali, dei politici, dei «tecnici», delle istituzioni. Ogni aspetto dell’umana esistenza è stato costantemente ricondotto alla dipendenza, pressoché totale, dallo Stato, dalle sue istituzioni, dal capitale, dall’economia.

Io credo che, ancora una volta, non dobbiamo leggere questo scenario – che per questi aspetti è stato decisamente più «intenso» rispetto al resto della penisola, almeno credo – come fosse una sorta di sperimentazione «in vitro» di uno scenario che si potrebbe definire «orwelliano», una sperimentazione di ciò che verrà, di tutta una serie di «disposizioni» e «applicazioni» volte all’amministrazione e al controllo sociale (che comunque fanno parte dell’armamentario «gestionale» dello Stato da parecchio tempo). E’ assai probabile che parecchie normative (e consuetudini) introdotte in questo periodo sussisteranno ancora, e che – soprattutto – tale situazione sia stata d’«ispirazione», specialmente per quanto riguarda la messa in pratica e la giusta definizione di determinate strutture e apparecchiature tecnologiche già da tempo disponibili. In questo senso, direi che parliamo di un futuro – quello iper-tecnologizzato – che è già presente. Però, appunto, partendo da queste constatazioni non possiamo incappare nella suggestione di vedere la cosiddetta sperimentazione «in vitro» di uno scenario «orwelliano» o «distopico», come più volte è stato detto e avanzato anche presso il movimento anarchico. La realtà del controllo sociale, lungi da essere totalizzante, presenta ancora estese falle, in parte «insanabili» (poiché non risolvibili né in breve né in lungo periodo).

La natura di tale situazione sociale, in provincia di Bergamo come negli altri luoghi fortemente coinvolti nell’epidemia, credo sia derivata primariamente dalla necessità di dare una netta «risposta» in termini di «tutela» ad una ampia fascia di popolazione letteralmente in preda al terrore di essere contagiata e pressoché priva di una autonoma capacità di giudizio riguardo la situazione. In secondo luogo, è stata sicuramente dovuta all’intenzione di mantenere ben «salda» e priva di un benché minimo barlume critico l’intera popolazione di un territorio che è letteralmente uno dei maggiori «motori produttivi» d’Italia (quante volte abbiamo sentito dire che «tutto andrà bene» o che «siamo tutti sulla stessa barca»?), facendo il possibile per evitare che emergessero dei conflitti concreti, non simulati o fittizi, come invece sono quelli del cosiddetto movimento antagonista già da tempo (e da oggi ancor di più) destinato ad estinguersi nelle forme con cui l’abbiamo conosciuto, visto il sempre minore spazio esistente per la mediazione, le compromissioni e il riformismo.

Allo stesso tempo, però, credo dovremmo fare attenzione a non cadere in una ulteriore suggestione: pensare che le istituzioni (come regioni e province), i vari comitati «tecnici» deputati alla gestione della situazione, e in generale tutte le strutture del potere, si siano mosse fin da subito come un blocco monolitico e compatto, con decisioni e parole d’ordine univoche. Questa discrepanza l’abbiamo potuta osservare al meglio nei mesi di febbraio e marzo dove una miriade di aspetti relativi alla locale amministrazione sono stati lasciati allo sbaraglio tra una direttiva e l’altra. Osannare gli «eroi» della sanità lombarda è stato uno scontato tentativo (ben riuscito, ovviamente) di distrarre l’occhio del benpensante dalla concretezza della situazione.

Questa compattezza, o monoliticità, non l’abbiamo vista nemmeno nel periodo che è seguito, quando, sempre a livello locale, è emersa una contrapposizione tra Confindustria e alcuni consistenti «pezzi» delle istituzioni. Da una parte gli interessi dei grossi imprenditori, degli industriali, degli affaristi che hanno letteralmente fanno di tutto pur di mantenere aperte le aziende e dall’altra la volontà, constatabile presso ampi settori delle istituzioni, di rimandare ancora, il più possibile, l’agognata e allo stesso tempo temuta «riapertura». Intendiamoci, non che tutte le aziende in questo periodo siano state chiuse, anzi, una buona parte hanno continuato ad essere aperte e funzionanti, magari solo determinati reparti o settori specifici, pur non rientrando tra quelle di primaria necessità emergenziale (a fine marzo erano aperte il 39% delle imprese lombarde, mentre per la sola provincia di Bergamo il 35% circa, ossia 1851 imprese). Come noto ciò è stato compiuto anche attraverso i «giochetti» dei codici Ateco, ovvero la «corsa» fatta dai padroni e da Confindustria affinché più aziende, stabilimenti e imprese possibili restassero aperte. I grandi stabilimenti esistenti sul territorio sono rimasti in varie misure tutti aperti. Come risaputo e più volte sottolineato, mentre si invocava a gran voce il sacrificio, milioni di persone in tutta Italia continuavano a lavorare. Ovviamente, non che ci sia da stupirsi a riguardo: le merci devono circolare e padroni e politici non hanno mai avuto e mai avranno alcun concreto interesse per la «tutela della vita umana», dato che ciò che tutelano sono esclusivamente i propri profitti e i propri interessi di classe.

In sostanza, a grandi linee questa situazione che cosa ha detto? In primis che in contesti «emergenziali» come questo emergono in seno al potere delle contraddizioni, magari minimali ma comunque presenti, e da ciò si deduce che la piena compattezza d’intenti che talvolta volte tendiamo a osservare in verità non esiste. Anche solo a livello locale, meramente amministrativo, si esplicitano varie «tensioni» e spinte contrastanti. Questo aspetto è più volte emerso nei media e nelle dichiarazioni «di facciata» dei vari politici, portati a dire letteralmente tutto e il contrario di tutto; proprio come dalla retorica del «Bergamo non si ferma» (come se un virus si fermasse al confine tra una provincia e un’altra), per cui nulla avrebbe dovuto turbare l’operosità dei bergamaschi, sono passati repentinamente a quella del «Bèrghem mola mia» («non mollare»), quindi l’allarmistica invocazione della più totale segregazione domiciliare. In secondo luogo, questa situazione ci dice che la concretezza della dominazione «materiale» e di uno Stato sempre vigile a sua difesa è più che mai presente, alla faccia della pretesa prevalenza della dominazione, per così dire, più «esistenziale». Non che questi due aspetti siano in antitesi, anzi, sono intrecciati e inestricabili, per come la vedo.

Ancora, come detto al principio di questo articolo, tante sovrastrutture e fandonie ideologiche hanno mostrato la propria inconsistenza davanti alla situazione generatasi negli ultimi mesi. Non c’è più molto spazio per certe suggestioni.

Oggi è ancora più visibile la stretta interazione tra religione, ideologia e scienza. Una buona parte delle religioni ripongono uno dei propri fondamenti nella convinzione che il corpo è infetto o malato, facendo derivare da ciò la necessità di una cura netta e risolutiva: il sacrificio di ciò che è ritenuto causa della malattia, ovvero la vita. Da qui in poi la grande «rivelazione» (cioè imposizione) è stata quella di vivere permanentemente rivolti contro la vita stessa, nella soppressione continua di sé, avendo in cambio la «salvezza». L’ideologia, fondata su ragioni esterne a noi, si è presentata anch’essa come una cura, talvolta perfino «radicale», alla malattia di cui soffriamo, di volta in volta concepita differentemente. Anch’essa ci dice che il corpo e la nostra vita sono malati, che abbiamo necessità di cure, e in questa prospettiva è emersa come sempre la funzione del sacrificio, il cui ultimo ritrovato si pone nell’apparente volontaria «cogestione» dell’amministrazione-gestione della realtà sociale contemporanea e del bene comune nelle varie forme da essi assunte. Infine, la scienza, che da sempre e oggi ancor di più (nell’odierna articolazione tecno-scientifica) si propone di salvare chiunque e il mondo dalle proprie malattie, pure questa considera il vivere come un male da cui doversi curare e davanti a cui sarebbe disposta a sacrificare – letteralmente – il mondo intero. «L’uomo e tutto il suo sviluppo non sono stati altro che decorsi di una più grande malattia: la soppressione della vita» (Pierleone Porcu).

In tempi di concreta epidemia tutto ciò è ancora più pregnante. Questo virus è figlio di una malattia ben più estesa e profonda. Io, essendo inguaribilmente ottimista, auspico che con la possibile maggiore «chiarezza» portata dall’odierna situazione, si possa giungere in particolar modo presso l’anarchismo a prendere consapevolezza che nell’attività rivoluzionaria anarchica non esistono mezze misure, né compromesso alcuno. In tal senso, però, i miei buoni auspici, come le comode speranze, non servono proprio a nulla. E nemmeno basta «saper cogliere le occasioni», un approccio non dissimile dal constatare una implicita e ineluttabile predeterminazione degli eventi cui tutti possiamo solo adeguarci o rassegnarci. Occorrono la volontà e la determinazione a saper creare e distruggere a partire dalla nostra propria individualità.

Affetti dalla «patologia» del verbalismo e del teoricismo cronici, si concorda che non si vive di sole chiacchiere e contemporaneamente si prosegue a sopravvivere di miserevoli e bugiarde promesse. Ad esempio, davanti al radicale emergere della rivolta, come accaduto all’inizio del mese di marzo con le rivolte che hanno attraversato alcune carceri, e davanti al massacro e all’uccisione dei detenuti operato dall’istituzione carceraria e dalle forze repressive, a che serve «opporre» tristi manifestazioni di democratico dissenso come sbattere pentole e gridare slogan dal balcone di casa? O rassegnarsi a svolgere presidi «complici e solidali» sotto le carceri? Quindi, a che serve affermare che il sistema carcerario deve andare in fiamme se al contempo si fanno proprie le richieste di amnistia e di indulto che invece, anche solo per una elementare questione metodologica, non ci dovrebbero appartenere? Tutto questo è estremamente dannoso per la causa rivoluzionaria anarchica che diciamo di sostenere. Per risolvere tali questioni non ci sono ricette pronte all’uso, semplicemente credo che l’attività rivoluzionaria vada intesa come un processo in divenire che non si adegua agli statici e accomodanti modelli che ciascuno può figurarsi nella propria mente, un processo avente molteplici scopi, tra cui la crescita di una propaganda rivoluzionaria anarchica con le parole e con i fatti, la radicalizzazione dei conflitti sociali odierni, l’arricchimento delle capacità di ognuno in senso propositivo e significativo.

Senza dilungarmi oltre, dato che gli argomenti fino a qui abbozzati sono tanti e sicuramente chiamano ad un approfondimento critico, con queste ultime riflessioni ho inteso ricordare che l’anarchismo non è un movimento d’opinione. Esso affonda le proprie ragioni soprattutto negli strumenti e nella metodologia rivoluzionaria anarchica, e fa affidamento unicamente su questi. Ieri come oggi, le ragioni della nostra lotta sono quelle della nostra vita.

f. r. s.

maggio 2020

Risposta ad “Alcune considerazioni sul libro Anarchici ed Anarchia in Calabria”. Lettera di Antonio Orlando ad “Alcuni anarchici calabresi”

Pubblichiamo la risposta di Antonio Orlando, autore del libro “Anarchici e anarchia in Calabria”, alle nostre considerazioni uscite sul Bollettino n.1 della Biblioteca dello Spazio Anarchico Lunanera.

 

 

Gentili amici,

con colpevole ritardo (attribuibile, peraltro, esclusivamente a me) sono venuto a conoscenza della recensione che avete dedicato al mio libro “Anarchici e anarchia in Calabria”. Certo non si può dire si tratti di una presentazione “favorevole” e tuttavia, in ogni caso, è meglio un aperto dissenso che il silenzio o, peggio ancora, l’indifferenza. Non entro nel merito delle critiche mosse al mio libro, frutto di un lavoro che conduco da quasi trent’anni e che per una parte riguarda anche la storia dei movimenti anarchici nella nostra regione e quella della c.d. “emigrazione sovversiva”, cioè tutti quei ribelli emigrati all’estero per sfuggire alle persecuzioni poliziesche e per tentare anche di migliorare le proprie condizioni di vita, poiché ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero e le proprie valutazioni. Non mi pare il caso di polemizzare e mi auguro solo, che una volta o l’altra, avremo occasione di discuterne di persona.

Vorrei invece far presente quali sono, da sempre, le direttrici della mia ricerca storica e, in particolare, evidenziare quelle che riguardano specificatamente la ricostruzione storica dell’anarchismo.

Premetto che non sono anarchico (nell’Introduzione ho tracciato sommariamente il mio percorso politico) e quindi non condivido a pieno l’ideologia (lo so, è una brutta parola) libertaria, tuttavia non mi sono mai posto né in termini di contrapposizione preconcetta né di passiva condiscendenza piuttosto ho cercato di essere “un compagno di strada”, uno di quelli che, nel ripercorrere all’indietro il lungo cammino dei movimenti popolari e di opposizione, si sforza di capire le ragioni degli altri, del loro agire e delle loro scelte.

La mia idea di anarchia oscilla tra queste due definizioni: “un’idea esagerata di libertà” e “una forma di disperazione creativa” (ovviamente le definizioni non sono mie) e lungo queste linee mi sono mosso nelle mie ricerche. La tensione per l’affermazione della propria libertà e la creatività che da essa scaturisce sono tratti che hanno caratterizzato e caratterizzano l’evoluzione del movimento anarchico ed è questo che ho cercato di cogliere nei protagonisti delle mie “storie”.

La storia dell’anarchia non può essere separata dalla Storia, essa ne è parte integrante, l’attraversa per oltre due secoli, s’intreccia con le vicende del proletariato, permea di se la storia dei partiti, dei sindacati e di tutti i movimenti di opposizione. Pensare, quindi, di poterne trattare in maniera separata e distinta porterebbe inevitabilmente ad una atrofizzazione delle vicende dei movimenti anarchici che appariranno, a seconda del taglio che viene dato, racconti gialli o d’avventura o storie di criminali o di folli avventurieri o di tipi strampalati ed eccentrici o nel più benevolo dei casi, storie di sognatori e di utopisti.

La mia attività s’inserisce lungo un filone di studi sui movimenti anarchici che da angolazioni diverse, ha cominciato a tracciare un quadro della storia dell’anarchia al di fuori degli stereotipi e dei pregiudizi fissati da una certa tradizione storiografica, compresa quella comunista, non certo esente da colpe e responsabilità.

La Rivista Storica dell’Anarchia, edita dal 1994 da un gruppo di studiosi e docenti di Storia contemporanea legati al movimento anarchico, ha rappresentato il mio riferimento poiché ho sempre concordato sul punto che la storia dell’anarchismo non può essere oggetto di studio fine a se stesso ma, senza preconcetti ideologici deve essere coerentemente inserita – ripeto – nella più vasta storia della società, dei conflitti sociali e dei percorsi di opposizione ai meccanismi di potere.

Per non incorrere in errori riporto un brano, tratto dall’editoriale di presentazione della Rivista (n. 1 del 1994), firmato da Pier Carlo Masini, che riassume bene questa impostazione.

  • La Rivista storica dell’anarchismo (e delle culture libertarie), […] non sarà una rivista celebrativa, o peggio auto celebrativa, un parco della rimembranza, ma un osservatorio a 360°, nell’ampiezza della collaborazione e delle tematiche, senza apriorismi ideologici, fossero pure quelli dell’anarchismo stesso. Quelle che scriveremo saranno spesso pagine di critica e di rivendicazione – storiografica s’intende – dalla parte dei vinti ed evitando accuratamente il vittimismo tipico e auto consolatorio delle minoranze. […] Non si può fare la storia dell’anarchismo senza fare contestualmente la storia delle sue antitesi, cioè delle archie politiche, economiche, burocratiche, militari, ecclesiastiche, accademiche, mass mediali e delle loro contraddizioni. […] Da qui la necessità di una storiografia globale, attenta all’oggetto specifico della ricerca, ma anche alla società tutta intera in cui quell’oggetto si muove.

Questo mi ha portato ad indagare senza alcun limite se non quello della conoscenza e del rispetto di una “verità storica”, relativa e parziale quanto si vuole, ma frutto di studi approfonditi e documentati all’interno dei quali ogni fonte è stata esaminata adottando ogni accorgimento, per quanto possibile, oggettivo. Le carte di polizia, ambigue e fuorvianti, ho imparato ad esaminarle sempre in controluce mettendole a confronto con la stampa, le testimonianze, le lettere, gli scritti di coloro i quali sono passati nelle carceri o al confino o hanno vissuto in esilio, sorvegliati e perseguitati da spioni e delatori.

Non è facile districarsi in quel ginepraio, generato dalla maniacale tendenza al controllo da parte dello Stato, accentuata poi al massimo dal fascismo, e dentro il quale diventa difficile individuare spie, infiltrati, informatori, delatori e traditori, alcuni di essi pure annidati all’interno dello stesso movimento anarchico. Basta citare, per tutti, il caso Cremonini che così tanti danni ha provocato.

Questa impostazione, aperta e libera, mi ha permesso inoltre di trattare e di parlare di anarchia con chiunque, senza pregiudiziali di sorta accettando il confronto (lo scontro, se volete) anche con settori molto distanti dalle posizioni libertarie, senza farmi strumentalizzare. Alla fine mi sono ritrovato nella scomoda posizione di essere inviso agli uni e agli altri. Agli anarchici perché troppo poco anarchico e ai comunisti in quanto rinnegato e traditore.

Ho cercato di superare quella condizione dell’anarchismo – oggigiorno divenuta tragica – del suo compiacersi della propria marginalità rispetto al suo tempo, nel crogiolarsi nello spazio dell’esclusione e dell’insignificanza politica. Ché, si badi, essere rilevante – afferma Massimo La Torre – politicamente è esserlo nel presente. Ora, questa interpretazione, insieme a quell’altra per cui l’anarchismo è ad un tempo momento estremo del processo di secolarizzazione e nondimeno reazione a questo e così fusione di etica e politica, questo prisma interpretativo è acuto, equilibrato, corretto. Esso però vale solo – e qui, io credo – dice sempre La Torre – Berti è meno sorretto dalla sua abituale sensibilità storico-teorica – per una parte dell’anarchismo, quella romantica, quella che muove da Bakunin e si afferma con la vulgata di Kropotkin e Malatesta.

Quanto poi alla mancanza di analisi sul pensiero anarchico contemporaneo, confesso apertamente i miei limiti. Il mio interesse prevalente (se non esclusivo) è la ricostruzione storica che si ferma agli anni immediatamente seguenti la fine del secondo conflitto mondiale. Per poter analizzare le vicende dei movimenti anarchici successivi occorrono degli strumenti di cui, lo ammetto sinceramente, non sono in possesso. Perciò invece di banalizzare o di correre dietro ai luoghi comuni, preferisco continuare ad occuparmi di un passato sufficientemente remoto o, come dicevano i Latini, “perfetto”.

Vi ringrazio per l’attenzione e, con l’augurio di poterci incontrare, Vi porgo i più

cordiali saluti.

Antonio Orlando

21 agosto 2020

L’idea di Stato tra cittadino e guerra sociale. Giovedì 27 agosto 2020 a Spoleto

Giovedì 27 agosto 2020 a partire dalle ore 17:30, presso il Circolaccio Anarchico a Spoleto, si terrà una discussione dal tema «L’idea di Stato tra cittadino e guerra sociale».

A seguire: Spoleto teknight, serata tekno.

Circolaccio Anarchico, viale della repubblica 1/A, Spoleto (Umbria).

 

https://malacoda.noblogs.org/files/2020/08/Spoleto-27.08.20-DEF.pdf

 

Tradotto in greco il libro/intervista di Franco Di Gioia

Apprendiamo con piacere che è stato tradotto in lingua greca il libro/intervista del nostro compagno Franco Di Gioia “Senza scrupoli, senza pietà contro padroni e governanti” (Edizioni Monte Bove, gennaio 2020) .

Biblioteca Spazio Anarchico “Lunanera” – Cosenza

FRANCO DI GIOIA_ΧΩΡΙΣ ΤΥΨΕΙΣ ΧΩΡΙΣ ΟΙΚΤΟ  

 

“Stramonio”, aperiodico anarchico di critica radicale, 0+3=4 (estate 2020)

E’ stato pubblicato un nuovo numero dell’aperiodico anarchico di critica radicale Stramonio.

Questo numero ospita l’articolo “Il mito dell’immortalità, tra nuove pandemie e transumanesimo”.

 

Parole di Mónica Caballero dal carcere di San Miguel (Cile)

Compagni, amici e familiari:

Ancora una volta vi scrivo da una cella. Sono confinata nella prigione di San Miguel, per 14 giorni rimarrò isolata a causa dei protocolli di prevenzione del contagio da Covis-19, più tardi mi classificheranno e mi porteranno in un modulo specifico.

Sono passati quasi dieci anni dalla prima volta in cui sono entrata in carcere come imputata. Durante questi anni, in un modo o nell’altro la mia vita è sempre stata legata alle carceri; anche se i sistemi di controllo possono cambiare, la loro struttura sostanzialmente resta la stessa, perseguendo sempre punizione e pentimento.

Quasi dieci anni fa, quando sono entrata in carcere, ero pienamente convinta che l’insieme delle idee e delle pratiche antiautoritarie fossero la chiave fondamentale per affrontare il dominio, in tutto questo tempo non c’è stato un solo giorno in cui ho pensato il contrario. Cammino per il carcere a testa alta, orgogliosa del cammino intrapreso.

Solidarietà con tutte le lotte anticapitaliste.
Newen Peñis [«energia ai guerrieri»], prigionieri politici mapuche, sovversivi e rivoltosi imprigionati — nelle strade!

Mónica Andrea Caballero Sepúlveda
Anarchica imprigionata
Luglio 2020

Testi in spagnolo e in inglese: https://325.nostate.net/2020/07/31/chile-palabras-de-monica-caballero-desde-la-carcel-de-san-miguel/

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Palabras de Mónica Caballero desde la cárcel de San Miguel (Chile)

Compañerxs, amigxs y familiares:

Nuevamente les escribo desde una celda. Me encuentro recluida en la cárcel de San Miguel, durante 14 días permaneceré aislada por protocolo de prevención de contagio al COVID-19, posteriormente me clasificarán y me llevarán a un módulo definitivo.

Ya son casi 10 años desde la primera vez que pisé la cárcel como imputada. Durante estos años mi vida de alguna u otra manera, siempre ha estado ligada a las prisiones, si bien los sistemas de control pueden cambiar, pero su estructura esencialmente no, se sigue buscando el castigo y el arrepentimiento.

Hace casi 10 años atrás al entrar a la prisión, estaba plenamente convencida de que el conjunto de ideas y prácticas anti autoritarias son claves fundamentales para enfrentar a la dominación, en todo este tiempo no ha existido ni un solo día en el que piense lo contrario. Piso la prisión con la cabeza alta, orgullosa del camino recorrido.

Solidaridad con todas las luchas anticapitalistas
Newen Peñis, Presos políticos Mapuche
Presos subversivos y de la revuelta
A la calle!

Mónica Andrea Caballero Sepúlveda
Presa Anarquista
Julio 2020

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Words of Mónica Caballero from the San Miguel prison (Chile)

Comrades, friends and family:

Again I write to you from a cell. I am confined in the prison of San Miguel, for 14 days I will remain isolated due to the contagion prevention protocols of COVID-19, later they will classify me and take me to a specific module.

It is almost 10 years since the first time I stepped into prison as a defendant. During these years, my life in some way or another has always been linked to the prisons; although control systems may change, essentially their structure seeks punishment and repentance.

Almost 10 years ago when I entered the prison, I was fully convinced that the set of anti-authoritarian ideas and practices are fundamental keys to face domination, in all this time there has not been a single day to have thought otherwise. I walk the prison with my head high, proud of the way I travel.

Solidarity with all anti-capitalist struggles
Newen Peñis [Energy to Warriors], Mapuche political prisoners
Subversive and revolt prisoners
On the street!

Mónica Andrea Caballero Sepúlveda
Imprisoned Anarchist
July 2020

 

I compagni anarchici Francisco Solar e Mónica Caballero sono stati arrestati (Cile)

Nelle prime ore di oggi, venerdì 24 luglio 2020, il procuratore e la polizia hanno effettuato diverse perquisizioni e arrestato due compagni, Francisco Solar e Mónica Caballero, accusati di diverse azioni con ordigni esplosivi.

Il compagno Francisco Solar è accusato di essere la persona che nel luglio del 2019 si è recata in un ufficio postale per inviare due pacchi-bomba: uno che è esploso nella stazione di polizia di Huechuraba, causando un grave ferimento, e un’altro che è stato disinnescato dal GOPE [“Grupo de Operaciones Policiales Especiales”, gruppo di operazioni speciali dei carabineros cileni] nell’ufficio di Rodrigo Hinzpeter, ex ministro dell’Interno e attuale direttore del gruppo Quiñenco.

Mentre alla compagna Mónica Caballero viene attribuita, insieme a Francisco Solar, la collocazione di due ordigni esplosivi nei giardini dell’edificio Tánica, a Vitacura, il 27 febbraio 2020. Uno era stato posto in un bidone della spazzatura e l’altro dietro una panchina; entrambi erano stati disinnescati dal GOPE.

Gli arresti sono stati ordinati dall’11° Tribunale di Garanzia di Santiago del Cile, presieduto da Hector Barros, Procuratore della Regione Sud della Metropoli di Santiago. I compagni saranno condotti oggi [24 luglio] davanti al giudice per essere informati di questa nuova offensiva contro gli anarchici. […].

Né colpevoli né innocenti!
Libertà immediata per i compagni anarchici imprigionati.

Testo in francese: https://attaque.noblogs.org/post/2020/07/25/santiago-chili-les-compas-francisco-solar-et-monica-caballero-arrete-e-s/ | Testo in spagnolo: https://anarquia.info/chile-urgente-detencion-de-lxs-companerxs-francisco-solar-y-monica-caballero/ | Testo in inglese:
https://actforfree.nostate.net/?p=38418

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Sul recente arresto degli anarchici Francisco Solar e Mónica Caballero (Cile)

Oggi, venerdì 24 luglio 2020, si è svolta a Santiago del Cile un’operazione di polizia contro i compagni anarchici Mónica Caballero e Francisco Solar, accusati di vari attacchi esplosivi.

L’incursione del GOPE e di altre forze di polizia nei domicili dei compagni, compreso un intervento per dispositivi ritenuti “sospetti” nella casa di Mónica a Santiago Centro, ha avuto luogo durante la mattinata. Nel pomeriggio sono state confermate delle perquisizioni avvenute contro altre persone, ma non ne conosciamo i motivi e/o i legami con gli arresti.

Ricordiamo che questi compagni non sono sconosciuti al potere, né alle diverse realtà della lotta sovversiva autonoma e antiautoritaria. Dieci anni fa, nel 2010, Mónica e Francisco sono stati arrestati, implicati e poi assolti nell’emblematica operazione denominata “Caso Bombas I”, con cui le autorità tentarono a tutti i costi di condannare gli imprigionati, legandoli ai vari attacchi anticapitalisti che si erano verificati (e che continuano a verificarsi) nella capitale e nelle province cilene.

Nel 2012, dopo essere stati assolti, Mónica e Francisco si sono recati in Spagna e l’anno successivo sono stati arrestati, accusati e condannati per un attacco esplosivo avvenuto nella penisola iberica. Dopo quattro anni di prigionia in diverse carceri, nel 2017 sono stati deportati in Cile.

Questa volta le autorità li accusano dell’attacco esplosivo, realizzato tramite la spedizione di un pacco-bomba, contro il 54° commissariato di polizia di Huchuraba, nella zona nord di Santiago, che ha causato il ferimento di otto poliziotti, e dell’attacco agli uffici di Quiñenco, contro l’ex ministro degli interni Rodrigo Hinzpeter, nel comune di Las Condes, realizzato sempre con l’invio di un pacco-bomba che è stato disinnescato. I fatti sono avvenuti il 25 luglio 2019. Queste azioni sono state rivendicate dal gruppo “Cómplices Sediciosos / Fracción por la Venganza” [“Complici Sediziosi / Frazione per la Vendetta”].

L’altro fatto di cui sono accusati è il duplice attacco esplosivo avvenuto all’interno dell’edificio Tánica, ex agenzia immobiliare Transoceánica, nel ricco comune di Vitacura, il 27 febbraio. Questa azione è stata rivendicata dal gruppo “Afinidades Armadas en Revuelta” [“Affinità Armate in Rivolta”].

Ci schieriamo dalla parte opposta rispetto alla società carceraria e ai suoi persecutori, rifiutiamo i pilastri che la sostengono e, coerentemente con le nostre convinzioni, fraternizziamo con coloro che la affrontano; quindi, esprimiamo la nostra totale solidarietà con entrambi i compagni, inviamo loro il nostro sostegno e la nostra forza per l’operazione repressiva che si trovano ad affrontare.

Rimaniamo attenti alle manovre del potere, rafforziamo le nostre reti di solidarietà, sosteniamo i nostri compagni reclusi, affinché non si sentano soli neanche per un istante. È in questi momenti che dobbiamo essere presenti, in un modo o nell’altro.

Fino alla distruzione dell’ultimo baluardo della società carceraria!
Libertà per Mónica Caballero e Francisco Solar!
Finché esisterà miseria, ci sarà ribellione!

Red Solidaria Antikarcelaria con Juan y Marcelo
Venerdì 24 luglio 2020, Santiago del Cile

Testo in francese: https://attaque.noblogs.org/post/2020/07/25/santiago-chili-les-compas-francisco-solar-et-monica-caballero-arrete-e-s/

| Testo in spagnolo: https://es-contrainfo.espiv.net/2020/07/25/santiago-chile-8-comunicado-publico-de-la-quot-red-solidaria-antikarcelaria-con-juan-y-marcelo-quot/

Il saluto del poeta e compagno anarchico Domenico Salemme a Franco Di Gioia durante la due giorni di editoria anarchica a Grisolia

Questa poesia, dell’anarchico Domenico Salemme, è stata appositamente composta e letta nella piazza di Grisolia durante la prima giornata di “Terra d’amore e libertà. Due giorni di editoria anarchica in Calabria” in ricordo del compagno Franco Di Gioia.

Franco, ha’ sempre luttatu

cuntra i patruni e li ‘mbrugliuni!

 

Quannu facìa i comizi Franco Di Gioia

I ‘mbrugliuni ca si sentianu colpiti

Vivianu in paranoia

E dicianu: “Ancora parra stu cazzu ‘i Francu,

ancora unn’è stancu”.

 

Nun avìa paura né da morte, né da galera

Luttava cuntra ogni forma di potere

Quannu facìa ‘u comiziu d’u barcune ‘i Pierinu

Dicìa pane aru pane e vinu aru vinu.

Si mobilitava ‘a questura, picchì avìanu paura

Ca’ ancuna cosa potìa succeda sicuru

Venianu sbirri in borghese e in divisa

E tienìanu sutta controllu ‘u paise

 

Quannu Francu scriva ‘i documenti, alli leggia,

Era nu piacire veramente

Usava nu linguaggiu facile assai

Caì putianu capiscia puru l’operai

 

Dicìa ‘a genti: “ chini fa azioni malamenti

Unn li succeda nenti

A Francu ccu li comizi, ci ritiranu a patenti”.

 

Ficiru nu scioperu i studenti

e dissiru: “Vai Francu! Nua ti damu ‘a forza e tu si la menti!”

 

Ti ricordanu l’operai forestali e chilli d’a comunità montana

Ca pe lu lavuru tu ha datu na forte manu

 

Francu dicìa sempre:

“Vuagliu mangia pane e cipuddra

Ma unn vuagliu licca’ ‘u culu a nuddru”.

 

Chiù vote t’anu min acciatu

Ma nun te si spagnatu

Sulu a morte t’ha fermatu.

 

Domenico Salemme

Grisolia 22/07/2020

Carrara: campeggio anarchico di discussione

Davide Delogu in sciopero dell’aria contro il 14 bis

Apprendiamo che Davide ha iniziato lo sciopero dell’aria contro il 14bis che gli è stato applicato per due rapporti disciplinari presi al Pagliarelli e contro le soppressioni della direzione.

Per scrivergli:
Casa Circondariale Caltagirone
Contrada Noce S. Nicola Agro’ – 95041 Caltagirone (CT)